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Mercoledì, 24 Aprile 2024
Famiglia creativa

Famiglia creativa

A cura di Orione Lambri

Diari da Bari

Da qualche mese vado in giro per l'Italia a presentare i “Diari dell'Alba”, il libro autobiografico di mia nonna Alba, ultima “contessina senza soldi” del ramo bolognese della casata degli Arcelli da Piacenza, rovinati definitivamente all'antifascismo.

È proprio l'antifascismo che tiene banco e riporta ogni presentazione al qui e ora, anche a Bari, in cui sono stato poco prima del pasticciaccio.

La libreria “Prinz Zaum” sta in un incrocio al centro del rione Madonnella, dove un tempo sorgeva la "latteria Principe" col latte nelle bottiglie di vetro e la panna per le fragole in vendita solo la domenica, echi sdi un passato di armonia sostenibile deturpata dal presente di plastica e pigrizie. Dall'altra parte, a cinquanta metri, c'era il forno che preparava la focaccia dei sospiri: talmente buona che tutti fanno gli occhi a cuore mentre ne parlano, fino alla tipa misteriosa che a fine serata me ne ha rivelato il segreto con sommo orgoglio.

diari_bari2In mezzo alla libreria troneggia il bancone, l'aperitivo è un rito ad ogni latitudine culturale, e il proprietario con barba e giubba alla Fidel, mentre i muri sono invasi da icone pop rimasterizzate creativamente su t-shirt, manifesti, tarocks. I libri quasi scompaiono, tra il palco, le sedie, i bicchieri e la folla di occhiute illustrazioni che ti segue pure in bagno ma l'effetto è armonico, quanto può esserlo un riff tirato per il verso. Dopo la panna alla domenica poteva starci solo Nick Cave, davanti alla tazza del wc.

I luoghi raccontano storie prima ancora che lo facciano le persone, come Alice e io con i "Diari dell'Alba", una serata di inizio marzo. “Bologna, l'Italia e gli Arcelli dal 1919 al 1945” pensavo che a Bari fossero in trasferta, ma mi sbagliavo. Oltre ai visi noti le persone che sono passate in libreria, anche solo per uno spritz, si sono quasi tutte fermate ad ascoltare e alla fine della chiacchierata e delle letture il gestore si è fatto largo, birrone alla mano e sorriso canagliesco stampato in faccia:

“C'è bisogno di mettere a terra come hai detto tu, per trasmettere la memoria senza retorica, sennò non ci caga più nessuno. Per cui grazie.”

La messa a terra provoca condivisione, come il suono crea la rifrazione del cristallo, ad ogni presentazione dei “Diari del'Alba” lo sperimento e me ne stupisco, come fosse la prima volta. Cinque minuti prima era stato un signore distinto,  discendente da una famiglia-simbolo dell'antifascismo barese, a raccontarmi di suo padre che pagò col confino insieme ad Amendola e Pertini il prezzo di non chinare la testa: “questa sera sono emozionato, anche troppo.”

Questa inebriante sensazione di eco, alla fine non era tutto nella nostra testa e nei nostri racconti, gli specchi che si specchiano e almeno per una serata hanno e danno la sensazione di poter creare un mondo nel mondo, raccontare e ascoltare, accogliere, sentirsi in famiglia tra estranei, tra compagni.

Diciamola sta parola.

Anche perché fa tutto un'altro effetto riscoprirla nelle viscere, invece che evocarla con la retorica dei gonfaloni fiacchi o delle liturgie imbandierate (con tutto il rispetto). “Compagni” viene da “Cum-panis”, le persone con cui si divide il pane, e all'epoca dei camerati in cui sono vissuti Augusto, l'Alba Arcelli e il signore distinto era diventata un'ammissione di colpa.

“Ora le riunioni fra i compagni di fede non si potevano più tenere in cantina, non si sentivano più sicuri. Tra di loro c’era un falegname che lavorava in un seminterrato quasi in disuso, infatti il suo lavoro lo svolgeva in un angolo perché il pavimento non era troppo sicuro. Tutti si misero al lavoro per ripristinare alla meno peggio quel locale che, come copertura, sarebbe diventato un locale d’intrattenimento per le loro famiglie.

Così divennero tutti attori. I testi per le commedie li forniva Ioffa, un ambulante che ogni giorno col suo biroccino girava per la città comperando e vendendo libri usati. Così Tosca, Norma, Romeo e Giulietta, I Due Sergenti, tutti i drammoni di moda, divennero una buona copertura. Erano una compagnia di dilettanti teatrali! I costumi, manco a dirlo, erano i vestiti delle loro donne o le lenzuola dei loro letti e così via. Quando si sentivano preparati, si dava il via allo spettacolo. Venivano tutti i vicini, portavano sedie, scialli, scaldini per le mani. Gli uomini si sistemavano attorno, a cavalcioni delle sedie, nel centro c’era qualche panca dove le donne si tenevano vicini i bimbi per scaldarli.

Tra di loro si vedeva qualche simpatizzante fascista, ma proprio su questo contavano, per offrire una buona copertura al tutto. Spesso le commedie, iniziate come storie tragiche, finivano per diventare una farsa, tanto che una sera, nella foga di un monologo, mio padre, grande e robusto, pestando con forza il piede per sottolineare il suo dire, fece sprofondare il pavimento del palcoscenico e gli attori in scena sprofondarono anch’essi fino al collo. Le risate non finivano più e meno male che nessuno si era ferito.

Poi quando finalmente tutti se ne andavano, restavano fra di loro amici di sempre, a parlare di politica, di speranze che ogni giorno diventavano sempre più deboli.”

“Diari dell'Alba” pagg. 19-20-21

Grazie di cuore, anche da parte del coautore Leonida, ad Alice, Maurizio, Franca, Lucio e a tutte le persone che hanno accolto me e i “Diari” a Bari: che è decisamente meglio degli articoli di questi giorni.

"Diari dell'Alba" sul sito della casa editrice Venturaedizioni

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