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Giovedì, 30 Maggio 2024
Famiglia creativa

Famiglia creativa

A cura di Orione Lambri

ÜBERGENDER

“Genere” è una delle parole più in voga negli ultimi anni, usata e abusata come se ogni faccenda legata all'identità e all'autostima girassero attorno a questa definizione già obsoleta, almeno dalle parti dei crossover musicali che hanno estinto da decenni gli steccati fra elettronica, rock, reggae, hip hop, funky, soul, jazz, blues, musica da camera, opera. Se mai ce ne fossero realmente stati.

A destra e negli ambienti clericali e conservatori la “teoria del gender” funziona un po' come il lupo cattivo delle favole d'un tempo, uno spauracchio buono per mettere all'indice una serie indistinta di presunti attentati contro Morale e Natura: matrimonio egualitario, procreazione assistita, carriere alias nelle scuole, adozione di bambini da parte di coppie gay, eccetera.

A sinistra al contrario guai a eccepire sui dettami della cultura “woke”, fosse pure per qualche dubbio o applicazione pratica: il marchio di manifesta bifolcheria è già pronto.

Un po' come nel resto del mondo anche in Italia il 9% delle persone si definisce LGBTQ+ e il 61% è a favore del matrimonio egualitario, il 2% è omosessuale, il 3% bisessuale, l'1% pansessuale/omnisessuale, l'1% asessuato, il 4% transgender/genderfluid/non-binario.

La tendenza queer, poi, è sempre più diffusa scendendo con l'anagrafe: il 19,7% tra i 20 e i 30 anni, l’11,2% tra i cosiddetti Millenials (nati tra il 1981 e il 1996) e tra l’1,7% e il 3,3% per le generazioni dal 1946 al 1980. Per Elon Musk il gender fluid ormai è il club dei ragazzi fighi” e s'è comprato Twitter perché “a meno che il woke mind virus, che è fondamentalmente anti-scienza, anti-merito e anti-umano in generale, non venga fermato, la civiltà non diventerà mai multi planetaria”.

Ma c'è poco da fermare. A parte le bislacche teorie di un miliardario sotto ketamina, la sensazione è che nel “club dei ragazzi fighi” contemporaneo campeggi la mania autobloccante di etichettare come “identità” ogni sbalzo umorale, il sacrosanto capriccio di gioventù che spinge a sperimentare senza briglie. A fare, dire, disfare, vivere un po' come ci pare. Invece no, ogni volta un asterisco nuovo: un altro + da aggiungere all'elenco, un “ci sono anch'io, sono proprio questo” che tradisce una drastica insicurezza, poco parente della libertà.

Non c'è bisogno di scomodare l'inventore dell'übermensch, basta David Bowie che dell'Oltreuomo di Nietzsche fu un'opera d'arte vivente.

Basta uno sguardo al gender fluid di Ziggy inventore del glam rock, alla sua “Lady Stardust” che in realtà era Marc Bolan dei T-Rex, all'amico Mick Jagger con cui venne pescato a letto dalla moglie Angie, che la leggenda negata assegna al pezzo dei Rolling Stones, a Iggy Pop, Alice Cooper e Lou Reed, che certo non hanno mai sentito il bisogno di definire sé stessi o il proprio stile di vita.

Preferivano, tutti, dichiarare estinto quello degli altri vecchi idioti che puntavano il loro decrepito dito contro la loro fantastica voglia di vivere come gli pareva.

E allora ecco il punto. Forse è necessario, come dice il saggio coautore del mio ultimo libro, “definirsi per capirci qualcosa”. Ma è un passaggio perché, poi, “l’uomo è una fune tesa fra l’animale e l'Oltreuomo, una corda sopra l’abisso”. È il filosofo tedesco del martello contro la morale a fornirci, in “Così parlò Zarathustra”, gli strumenti per passare dal “devo” al “voglio”.

E sarà il nietzschiano “vivere come io voglia, o non vivere affatto” il mantra di Bowie, Jim Morrison, Janis Joplin e, prima di loro, George Byron, Charles Baudelaire e di ogni seguace della nuova religione dionisiaca, che ha nel corpo il suo unico tempio.

Oggi, che nella globalizzazione consumista quella religione ha vinto e il relativismo etico di Ratzinger è diventato dogma, sarebbe paradossale che “Pride” fosse un sinonimo di “Sadness” e che al “devo” della civiltà delle tonache ne seguisse uno ancora più pervasivo e conculcato, che il poliziotto della nuova rettitudine morale lo proietta dentro ogni, fluida, identità.

Occorre invece giungere al “voglio”, la fine della corda, varcare l'abisso e lasciarsi dietro le spalle “la grande nausea per l’uomo” e per i suoi crucci identitari: maschio? Femmina? Trans?

Chi?

Übermensch è volare oltre, essere ciò che si vuole in ogni istante mutevole, senza alcun bisogno di spiegarlo. Il resto si adeguerà.

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