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Lunedì, 4 Marzo 2024
Finestra sul mondo

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A cura di Gianmarco Volpe

La vittoria (non scontata) di Erdogan e le velleità neo-ottomane della Turchia

A qualcuno sarà parsa scontata la vittoria di Recep Tayyip Erdogan alle elezioni presidenziali di ieri in Turchia. Non lo era. Molti osservatori, alla vigilia del voto, consideravano infatti probabile l’ipotesi di un ballottaggio tra il leader del Partito giustizia e sviluppo (Akp) e il più insidioso dei rivali, il candidato del Partito popolare repubblicano (Chp) Mohammed Ince, personaggio carismatico e popolare. La crisi economica, si riteneva, avrebbe potuto pesare sul consenso del presidente uscente tanto quanto la feroce repressione del dissenso seguita al fallito golpe del 2015. Invece, alla fine, hanno pesato parecchio le divisioni all’interno dell’opposizione e il rapporto quasi simbiotico di Erdogan con il suo elettorato.

Turchia, trionfa il "sultano" Erdogan: ha la maggioranza assoluta

La mappa del voto mostra come il presidente uscente della Turchia abbia tenuto ferma la sua presa sulle regioni centrali del paese, lasciando di fatto al proprio avversario solo la striscia costiera della parte occidentale della penisola anatolica, con le province sud-orientali finite invece inevitabilmente al leader curdo Selahattin Demirtas. Erdogan ha ottenuto così il 52,59 per cento dei consensi e con esso un nuovo mandato quadriennale da capo dello Stato, assicurando inoltre al suo partito una maggioranza assoluta in parlamento.

La verità è che un’ampia maggioranza del popolo turco continua a vedere in Erdogan l’interprete delle proprie istanze e l’unico uomo in grado di far fronte alle complesse sfide di un paese che oggi cresce a un ritmo meno sostenuto che in passato (con un’inflazione salita al 12 per cento) in uno scenario regionale sempre più instabile. Erdogan è la scelta di una Turchia che non guarda all’Europa né come modello, né come destinazione di un percorso d’ampio respiro. Egli è, anzi, il portavoce di quanti credono che l’Europa abbia tradito e respinto le aspirazioni politiche turche e di quanti oggi considerano Bruxelles come un’entità ostile. Evidentemente, non sono pochi.

Attraverso la sonora vittoria di ieri, la riforma costituzionale che lo scorso anno ha accentrato nelle mani del presidente prerogative che un tempo erano affidate al capo del governo (con l’instaurazione di un regime presidenziale, semi-dittatoriale) e il progressivo indebolimento di un’istituzione come l’esercito che in Turchia è sempre stata portavoce dei valori del laicismo, Erdogan ha così le mani libere per portare avanti una politica estera di stampo neo-ottomano. Una politica che volge lo sguardo innanzitutto al Medio Oriente e al Nord Africa e che fa leva sul movimento globale della Fratellanza musulmana per espandere la propria influenza. L’Europa, divisa come non mai e dunque impossibilitata a sviluppare una visione strategica del proprio posto nel mondo, non può che stare a guardare. 
 

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