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Lunedì, 6 Dicembre 2021
Ibis Redibis

Opinioni

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A cura di Elisa Piras

'La grande bellezza' e 'Il giorno del giudizio' come Nonluogo

Dopo aver visto 'La Grande Bellezza’ di Paolo Sorrentino e aver letto 'Il Giorno del Giudizio' di Salvatore Satta ho provato subito una profonda tristezza, un momento che apprezzo sempre enormemente perché riesce a farmi riflettere su come l’umanità riesca ad andare alla deriva e su come sia importante raccontare e ascoltarne il naufragio. Il film e il romanzo hanno un tipo di narrazione molto simile che si potrebbe interpretare usando la chiave del Nonluogo, contrapposto, come lo definisce il sociologo francese Marc Augé, alla definizione di luogo antropologico. Posti di alienazione, a-simbolici, incompiuti, temporanei e transitori dove una persona trascorre solo parte della propria vita, come l'autostrada o un centrocommerciale. Indagando più profondamente e volendo dare al Nonluogo un valore metaforico, capiamo che a volte invece si può trasformare in un’intera esistenza, il posto dove ci rifugiamo aspettando di vivere realmente ciò che vorremmo. Le storie dei personaggi sono affidate alla maestrìa di chi le racconta. A mio parere letteratura e cinema attraversano la sociologia, intersecandosi fino a formare un cerchio di infinita incompiutezza, dove si dimentica la ricerca e resta solo il racconto.

Nel film di Sorrentino, Jep Gambardella (interpretato da Toni Servillo) è un giornalista profondo e intelligente che si districa e si perde tra gli eventi mondani della sua vita, trascorsa in mezzo alle feste e ai bagordi della Capitale, un'eterea tomba di esistenze vissute con mediocrità. Una bellissima città fantasma, nella quale Jep sembra essere intrappolato alla continua ricerca di qualcosa che non trova. Passa la sua vita nell'attesa di scrivere il suo secondo romanzo, ma nel frattempo arriva a 65 anni gongolandosi in compagnia dei suoi amici, persone profondamente infelici ma sempre con il sorriso tra le labbra, dei morti viventi che sfilano in chiassose scene alla Fellini o inquietanti sipari onirici alla Kubrick. I luoghi del film sono simbolo di bellezza e decadenza come la terrazza di Jep che si affaccia sul Colosseo, le chiese barocche dove si nascondono i bambini e e le opere d’arte in marmo dentro palazzi rinascimentali deserti, poi i ruderi della Roma imperiale in mezzo alla moda e al traffico moderno.

Il Giorno del Giudizio è ambientato nella Nuoro di inizio ‘900, luogo dove si dirimano e si intrecciano le storie dei personaggi che appaiono come fantasmi: don Sebastiano e donna Vincenza che conducono un'esistenza triste, legata al presente della famiglia da portare avanti. Poi ci sono le tragiche storie di figli, di persone normali, sfasati, signori, prostitute e sfaccendati proprio come nella Grande Bellezza. Nell’opera di Satta e di Sorrentino i personaggi vivono in un quotidiano drammatico, un’esistenza incompiuta e pervasa da un senso di solitudine e staticità. Rappresentano la società nuorese di inzio ‘900 e la Roma del 2013.

Nel romanzo di Satta c’è tutto il dramma della storia umana e come nel film di Sorrentino non ci sono eroi ma errori e morte, fantasmi travestiti da uomini che sfilano come in una processione di dannati Danteschi. In tutte e due le opere c’è una descrizione secca del presente, un’atemporalità che si dilata per il racconto. Satta è onnisciente e come Jep ha il ruolo di narratore e giudice, riesuma e rievoca senza fronzoli e panegirici storie di vita, dove si eterna il nonluogo. Il racconto salvifico della dannazione, che per un attimo libera dalla colpa perchè si ha il coraggio di raccontarla.

Alla fine del film Jep dice che tutto finisce sempre con la morte, anche se prima c’è stata la vita sepolta da paure e bla-bla-bla. La morte è l’unico vero elemento di cui le due opere sono impregnate. Dove finisce il film di Sorrentino inizia il romanzo di Jep Gambardella che finalmente trova l'ispirazione per raccontare un Giorno del Giudizio dei nostri folli giorni. Per Gambardella nella vita ci sono solo degli "sparuti incostanti sprazzi di bellezza" come il momento in cui mangia il minestrone con la sua direttrice nana, ammira i fenicotteri nella terrazza, quando assiste alla sparizione della giraffa o alla morte della sua amica spogliarellista (interpretatata da Sabrina Ferilli) che chiude gli occhi immaginando il mare su una soffitta.

La grande bellezza è il ricordo di ciò che è stato ma non si è mai compiuto realmente, come il grande amore di Jep quando era ragazzo. Anche Satta trova la bellezza nella felicità di quando si era troppo piccoli per capire la vita. In una scena del film, durante una delle tante feste folli romane, Gambardella si ferma per guardare il ballo tragicomico degli invitati, storditi da alcool e musica altissima, e con un sorriso dice: "I nostri trenini sono i più belli di tutti, perché non vanno da nessuna parte" è per questo che tutti ridono, perché rimangono intrappolati ‘da nessuna parte’, in un perenne nonluogo. Senza odio né amore Jep ripensa nostalgicamente agli anni passati, quando, come scrive Satta "eravamo felici poiché non ci conoscevamo". Il trucco per uscire dal Nonluogo è raccontarlo.

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