Domenica, 20 Giugno 2021
Le affinità elettive

Opinioni

Le affinità elettive

A cura di Annalisa Terranova

Galli della Loggia e la destra che non c’è. Da vent’anni, sempre lo stesso editoriale

Da quando, nel lontano 1996, bollò come “impresentabili” gli esponenti del centrodestra, Ernesto Galli della Loggia scrive, a proposito della destra, sempre lo stesso editoriale. La destra non c’è, gli manca la cultura liberale, gli manca il senso dello Stato. Ineccepibile, soprattutto dopo vent’anni di populismo berlusconiano e mentre siamo nel pieno del populismo salviniano. Ciò accade però perché la destra è uno spazio immaginario nel quale si collocano coloro che non possono collocarsi altrove o perché sono irregolari, o perché sono per statuto avversi alla sinistra o perché non sono eredi della tradizione democristiana. E nessuno di questi gruppi ha mai stabilito, prima di andare ad occupare quello spazio, quale tipo di destra vuole incarnare. È un errore storico e consapevolmente compiuto che dai tempi del Msi arriva fino alla Lega di Salvini.

Più di due anni fa Antonio Polito aveva dedicato un libro alla questione (In fondo a destra, Rizzoli) scegliendo, tra l’altro, di non parlare affatto del Msi nella sua ricostruzione storico-politica della destra “mancata” o fallita.  Un elemento importante e aporetico: perché proprio il partito che più aveva scommesso sull’identità di destra in realtà non aveva contribuito a costruirla, tutto preso per decenni dalla questione prioritaria della memoria del fascismo. È per questo che in Italia un’alternanza tra destra normale e sinistra normale non è possibile? Perché in Italia il bipolarismo non funziona? Polito lo spiegava così: andando indietro nel tempo, all’Italia post-unitaria, si rintraccia la tendenza a costruire un’area di legittimità che coincide con le classi dirigenti liberal-costituzionali e taglia fuori le estreme. Dopo la “catastrofe bellica” escono indeboliti i capisaldi della destra (Polito non considera, giustamente, il fascismo un fenomeno di destra) a cominciare dal nazionalismo e dall’idea di Patria. La Dc fa da punto di riferimento dell’area liberale e da anomalo polo di “destra” rispetto al Pci. I fascisti sono lasciati ai margini, privi di legittimazione nonostante proprio in quel mondo per tutto il dopoguerra si coltivino temi e spunti culturali imprescindibili per qualunque destra e che poi saranno spazzati via dal berlusconismo in versione bling bling (dal rumore del tintinnare di gioielli, emblema di una destra cafona e arrogante che non legge libri ma ostenta ricchezza).

Anche sul populismo il discorso è complesso: grazie al berlusconismo si è ritenuto che il potere fosse legittimato esclusivamente dall’elettorato ma allo stesso tempo nella pratica di potere il centrodestra ha ceduto a lobby e gruppi di interesse ingessando la struttura sociale e vanificando le ragioni che pure stanno alla base di ogni sano populismo: il rispetto dei meno abbienti e la speranza anche per loro di riscatto sociale. Uno dei connotati della destra con forte senso dello Stato avrebbe dovuto essere il presidenzialismo (peraltro proposto per decenni e in solitudine solo dal Msi). Ma fu proprio Berlusconi, nel 2007, a far fallire la Bicamerale presieduta da D’Alema che era giunta a prevedere l’elezione diretta del capo dello Stato con legge elettorale a doppio turno.

Polito già due anni fa parlava giustamente di “catastrofe culturale” della destra. Il difetto forse più grande, che la rende così poco pervasiva a livello profondo costringendola a soffermarsi sugli umori del momento inseguendo arruffapopolo del calibro di Matteo Salvini. Un’opera di rilancio culturale – dice Polito – non è stata mai neanche tentata pensando “di poter dominare la scena politica per decenni con la pura gestione del potere, senza combattere la battaglia delle idee”. Emblematico l’episodio di Antonio Martino che propone a Berlusconi una collana per Mondadori di saggi del pensiero politico liberale e si sente rispondere dal capo che lui avrebbe fatto con cinque minuti in tv più di un’intera collana di libri. Il vuoto culturale a destra  avrebbe dovuto essere riempito dal fiorire di think tank che nascondevano però in verità solo la nascita di correnti mascherate. Il punto più basso si tocca negli ultimi anni: all’inizio c’erano i professori come Vertone, Melograni e Pera. Alla fine c’è Alfonso Signorini con “Chi”.

Così cala il sipario sull’eclisse di una destra che non ha neanche mai provato a essere tale: un po’ per colpa dei difetti di Silvio Berlusconi, un po’ perché la destra marginale che già esisteva, tolta dal ghetto dagli elettori, ha inseguito quello che ha individuato come nuovo padrone colta da un’ansia senza fine di legittimazione e non ha mai voluto essere destra normale (quando Fini ci ha provato era così tardi che nemmeno i suoi ex fedelissimi lo hanno voluto seguire). E così, non resta oggi che leggere i soliti editoriali di Galli della Loggia. Se vent’anni fa si fosse provveduto a fare qualcosa, magari oggi l’editorialista del Corriere avrebbe scritto articoli diversi. Vedremo quanto ci sarà ancora da aspettare.

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