Giovedì, 17 Giugno 2021
Le affinità elettive

Opinioni

Le affinità elettive

A cura di Annalisa Terranova

Se Guccini diventa un vecchio reazionario

Anche Mariastella Gelmini e Giorgia Meloni ascoltavano Francesco Guccini, e apprezzavano. Tanto è bastato per far assurgere il cantautore de L’Avvelenata a icona al di là della destra e della sinistra dei tempi arrabbiati. Ma assai più interessante è l’evoluzione in senso autenticamente reazionario di Guccini, una sfumatura che già si coglieva nelle note poetiche del Pensionato (“Lo sento quando torno, stanco e tardi alla mattina, aprire la persiana, tirare la tendina, e mentre sto fumando ancora un’altra sigaretta andar piano, in pantofole, verso il giorno che lo aspetta…”) e che si condensa poi nella bucolica contemplazione dei castagni dell’Appennino. 

Per non dire dell’ultimo libro, Il piccolo manuale dei giochi di una volta, viaggio serissimo tra i passatempi dei ragazzini degli sgarrupati anni Cinquanta che stavano per lasciare spazio al boom economico e dove trovi istruzioni per fabbricare una trottola o un carrettino o una spada di legno. Evasioni fondamentali, perché come insegnava quello storico geniale che era Jan Huizinga, senza il gioco e le sue regole non esisterebbe civiltà, prodotto della creatività dell’homo ludens. 

Del resto Guccini era lo stesso che in un album del 1972 metteva la foto dei bisnonni e lo intitolava “Radici” e che cacciò di casa dei compagni antiborghesi che avevano trattato con scarsa cortesia il suo vicino di casa, un professore cerimonioso e all’antica. 

E così si compie una maturazione inaspettata solo per chi si cristallizza per sempre in definizioni marcescenti: uno può cantare la giustizia proletaria e poi incarnare la saggia tradizione delle istruttive cose di una volta, dalle buone maniere ai buoni giochi. In tempi di playstation e di Fedez non saprei immaginare nulla di più conservatore, di più antirenziano, di più distante dallo sciatto spirito del tempo.

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