Sabato, 25 Settembre 2021
Le affinità elettive

Opinioni

Le affinità elettive

A cura di Annalisa Terranova

Salvini leader del centrodestra? Ma anche no

È vero, siamo tutti un po’ annoiati dal fiume di analisi che ha seguito il test regionale. Un vezzo tutto italiano, di far diventare modello nazionale un voto locale, come se la Liguria (1,5 milioni di abitanti) potesse ad esempio rappresentare lo specchio delle vicende collettive del Paese.

Però c’è un dato che merita un’ulteriore riflessione: l’affermazione di Matteo Salvini che dichiara di essere lui adesso il leader del centrodestra. Non v’è dubbio che sia lui il solo vincitore del voto del 31 maggio: mentre gli altri partiti arretrano, la Lega guadagna 402mila voti. Ma a fronte di questo successo si consolida l’area del non voto, che sfiora il 50 per cento. Che vuol dire? Che la “proposta” Salvini non convince il mondo dei disillusi che diserta le urne, un segmento ormai enorme, dove sono confluiti ex elettori di sinistra ma anche, è evidente, ex elettori di destra.

La partita di Salvini è tutta interna a un centrodestra ripiegato su se stesso, e presumibilmente i voti che ha acquistato sono voti sottratti a Forza Italia (partito allo sbando). Nello stesso tempo la soluzione moderata di Alfano non appare competitiva né quella di Fratelli d’Italia appare in grado di rappresentare il mondo disperso degli ex An che restano fuori ad esempio dal consiglio regionale della Campania, territorio un tempo di forte radicamento missino. 

E allora? E allora, ci sembra, si continua ad eludere il nodo di fondo di elaborare un progetto che possa davvero aggregare la realtà che nella destra si riconosce e che, oltre ad avere bisogno della protesta, ha anche bisogno di senso dello Stato (elemento questo che già difettava in Berlusconi e ancor più appare carente in una forza politica come la Lega Nord). I nuovi aedi di Salvini (spesso giovani che sgomitano in attesa di vedersi assegnato l’alloro di intellettuali emergenti di un mondo disintegrato) non ne tengono conto o perché non conoscono la storia della destra o perché fa loro comodo ignorare il dato. Eppure il problema esiste.

È difficile che il centrodestra torni a vincere ripetendo il mantra che bisogna essere uniti: il punto è che se nel 2008 Pdl più Lega raccoglievano circa il 47 per cento dei voti e oggi quell’area si ferma sotto il 30 per cento qualcosa è avvenuto. Ed è lì, sul deficit di cultura di governo e non certo sulla capacità di animare improvvisate jacqueries, che bisognerebbe lavorare. Altrimenti la destra può sempre accontentarsi di invocare le ruspe così come ieri si è accontentata dei difetti di Berlusconi. È la vecchia storia della pesca delle occasioni denunciata da Beppe Niccolai (anima critica della destra). E pescando qua e là magari tra nel 2018 potrà essere dichiarata definitivamente estinta. 

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