Lunedì, 21 Giugno 2021
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A cura di Chiara Cecchini

"Di niente e di nessuno": in cerca di verità e giustizia tra epica e periferia

Rosario vive a Brancaccio, alla periferia di Palermo. Figlio unico, nato dopo anni di matrimonio sterile, non ha amici, ama l’epica e passeggia tra le strade degradate del quartiere. La madre è una casalinga, dolce e fragile, il padre una figura misteriosa e distante, con la quale Rosario non riesce ad entrare in contatto. Porta lo stesso nome del nonno materno, fortissimo portiere di calcio morto sotto le macerie del terremoto del Belice. E’ proprio tra i pali del campetto di una squadra di quartiere che Rosario che inizia il proprio percorso di maturazione, brutalmente messo di fronte alla realtà di fatti della vita che ignorava. Giorno dopo giorno, Rosario non può più chiudere gli occhi e, come gli eroi della mitologia antica che tanto ama, anche lui potrà guardare in faccia i propri nemici e gridare: «Iu un mi scantu di nenti e di neddu». Il prezzo da pagare però a dire addio molto presto al bambino che è in lui.

Da sempre, ogni volta che penso a un episodio di vendetta, me lo immagino in palermitano, e non perché l’italiano io non lo conosca, ma perché quando sento il sangue in tesa, è il dialetto che parlo

Dario Levantino, giovanissimo insegnante di italiano, esordisce "Di niente e di nessuno", un romanzo di formazione all’ombra dei palazzoni di periferia, con i suoi codici d’onore, i riti di iniziazioni, lo squallore del degrado e la promessa del mare poco lontano, che insieme alla città fa profumare i vestiti stesi fuori «di smog e mareggiate».

Rosario si aggira tra le vie bombardate e fatiscenti di Brancaccio («un aborto urbano, un non luogo»), nervoso e ipersensibile come tutti gli adolescenti, e cova un profondo bisogno di verità e giustizia, proprio come i grandi personaggi epici. Il suo sguardo acuto registra tutto, mentre il suo cuore e la sua mente si sforzano di decifrare il mondo attorno a lui, bugiardo e violento, ribellandosi alle sue regole. Per crescere e diventare un uomo, Rosario deve passare attraverso la crudeltà dei suoi coetanei, le botte, l’amore per una ragazza più grande «severa e malinconica» con la quale mischiare sguardi e sangue, la consapevolezza del tradimento più profondo e il disincanto. Mentre si fa forte davanti a vita ingiusta e «impara a vivere», Rosario addestra un cane randagio che non vuole saperne di stargli alla larga: gli insegna a sopportare la sofferenza, ad essere il più forte, proprio come lui stesso si è ritrovato costretto a fare, alternando carezze e calci.

La prosa di Levantino restituisce lucidamente i dubbi e i tormenti del suo giovane protagonista. Anche lui, come Rosario, usa l’italiano ma lo stira fino a farlo simile al dialetto quando il discorso si fa più sentito e più forte. La storia è ambientata ai giorni nostri (e il protagonista si serve della tecnologia per fare scoperte molto importanti), ma è talmente archetipa da essere fuori dal tempo, immersa inoltre in un Meridione tagliato fuori dalla modernità, dove la donna è ancora un oggetto, desiderata con violenza, economicamente e sentimentalmente dipendente, umiliata perché considerata inferiore e incapace di reagire.

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