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Intervista a Melania Mazzucco: “Io sono
 con te” e il coraggio di non voltarsi dall’altra parte

Due donne si incontrano a Roma. Una è Melania Mazzucco, la scrittrice e giornalista, chiamata dal Centro Astalli, la sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, a scrivere un libro sui migranti. L’altra è Brigitte, infermiera congolese vedova e madre di quatto bambini  che è stata costretta a lasciare insieme al proprio paese dopo essere stata vittima di torture atroci e giunta in Italia quasi per caso. Sfogliando le tante storie di disperazione portatele dagli operatori del centro, storie di donne che vengono dal Maghreb o dall’Afghanistan, Mazzucco resta colpita da quella di Brigitte anche per il legame con il Congo, la terra dove si trasferì la Annemarie Schwarzenbach raccontata in “Lei così amata”. Il loro primi incontri non sono facili. Brigitte, segnata profondamente, è diffidente. Ci vuole tempo prima che il taccuino della scrittrice inizi a riempirsi di appunti. “Sono davanti a un puzzle infranto, che intendo ricostruire un tassello alla volta - scrive Mazzucco - Ho bisogno di capire, ogni cosa. Soprattutto di lei. E Brigitte ha bisogno di capire me”. 

In uno di questi colloqui, la scrittrice resta sorpresa quando lei le chiede se è vero che i Romani hanno ucciso Gesù. Cerca di spiegarle, a lei che sembra vivere solo il tempo presente e per la quale quell’episodio sembra come se sia accaduto ora e i suoi responsabili girino impuniti, che sì, alla fine Ponzio Pilato e Romani sono colpevoli: “Non lo abbiamo salvato anche se pensavamo che fosse innocente. Ce ne siamo lavati le mani”.

io sono con te 1-3Inizia così “Io sono con te”. Brigitte è arrivata in Italia a gennaio 2013, scaricata come un pacco postale alla stazione Termini. Per nove giorni vaga e piange lì intorno. Un carabiniere le rivolge la parola, le dice solo: “Circolare” (“Il benvenuto che le offre l’Italia è quell’invito a non andarsene, ma semplicemente a spostarsi altrove, dove possa esistere senza disturbare, sopravvivere senza notata”). Lì però incontra anche un prete, che la indirizza al Centro Astalli. In Congo era un’infermiera, gestiva una clinica, aiutava la gente, aveva una famiglia e degli amici. Un giorno dei manifestanti vengono ricoverati nella sua struttura e un uomo dell’esercito le chiede di ucciderli somministrando loro un farmaco mortale. Brigitte rifiuta, ricorda il suo giuramento di Ippocrate. Il suo rifiuto la fa precipitare in una spirale di morte e violenza. E’ tenuta rinchiusa, insieme ad altre persone come lei, picchiata, torturata, violentata in maniera disumana, finché non viene salvata da un uomo a cui lei stessa aveva salvato la moglie e il figlio che portava in grembo e che ora rischia la propria vita per restituirle la sua. Arriva in Italia, dove diventa un’ombra, ma grazie all’aiuto del Centro Astalli riesce a ricostruirsi una nuova, faticosa, vita.

Dopo “Vita”, il romanzo nel quale aveva raccontato l’odissea di due ragazzi italiani che all’inizio del Novecento partono dal profondo Sud Italia per cercare una nuova vita a New York, Melania Mazzucco scrive ancora una volta una storia di immigrazione, stavolta dall’Africa all’Italia. Storie come quella di Brigitte spesso restano anonime, come anonime sono le persone che incrociamo per strada, fantasmi senza nome che non vediamo o fingiamo di non vedere, girandoci dall’altra parte. Ma “chi o cosa pensano, sono o diventeranno, ci riguarda”, scrive Mazzucco. “Conoscerli - e fare in modo che loro conoscano noi - è necessario. Il futuro si costruisce adesso”.

Quando le strade di Melania Mazzucco e quelle del Centro Astalli si incrociano, lei ha appena pubblicato un romanzo, “Sei come sei” e non sa ancora che scrivere quel libro sarà “come avvicinare un accendino a uno straccio intriso di benzina”, con le polemiche furiose scoppiate quando due associazioni cattoliche presentarono un esposto in procura contro i docenti dello storico liceo Giulio Cesare di Roma che avevano fatto leggere in classe il romanzo nel quale c’è la scena di un rapporto omosessuale tra due adolescenti. Non vuole rimettersi subito al lavoro ma l’urgenza di raccontare è troppo forte.

Nel libro scrive: "Le nostre catastrofi si somigliano (...) ma in fondo so che è per questo che sarò pronta a cercarla e a riconoscermi in lei". Cosa ha trovato in Brigitte e cosa le è rimasto di questo incontro?

Ciò che mi ha attratto verso Brigitte è l’immensità del dolore che ha dovuto attraversare. Era una donna come tante di noi, che aveva lottato per realizzarsi nella sua professione di infermiera, per essere madre e conquistare un certo benessere. Ha perso tutto, diventando l’ultima degli ultimi. Eppure ha saputo ricominciare. Credo che la sua storia sia stata una lezione di vita per me e possa esserlo per chiunque la legga. 

Lei parla di "miopia" e "cecità" rispetto alla condizione dei rifugiati una volta arrivati in Italia, sottolineando la necessità oggi di raccontare queste storie. Anche noi, come Pilato, ce ne stiamo lavando le mani? 

Ho scelto di iniziare il libro con la figura di Pilato, che turba molto Brigitte, proprio per questo. Noi siamo pronti a commuoverci per la morte di un bambino in mare, o per un naufragio. Ma non ad accogliere e integrare quello stesso bambino, sua madre, o suo padre, se invece sopravvivono. Lasciamo che esistano, dove non dobbiamo vederli, dove la loro miseria non ci offende e non ci minaccia. Sappiamo salvare, e lo facciamo bene, ma pensiamo sia compito di qualcun altro farsi carico di quelle vite. In questo senso, del loro destino ci laviamo le mani. Credo invece che piangere non serva, bisogna avere il coraggio di non voltarsi da un’altra parte. 

Dopo 'Vita' e gli emigrati italiani, ora parla dei rifugiati che arrivano in Italia e che vogliono restare a vivere qui. Cosa c'è in comune fra queste due esperienze? 

In comune l’esperienza degli emigranti e dei rifugiati hanno la condizione dell’esilio, la perdita della patria, della lingua, del contesto di riferimento, l’emarginazione, le difficoltà quotidiane. Ma presentano anche una differenza sostanziale. Un emigrante può sempre tornare indietro, e spesso lo fa. Un rifugiato può solo andare ancora più lontano, ma per lui non c’è ritorno. La perdita del proprio mondo è radicale, devastante, definitiva. 

La storia di Brigitte può essere letta nelle scuole? Un tema tanto forte e centrale oggi come quello dell'immigrazione, al centro del dibattito politico ma anche delle conversazione di tutti i giorni della gente "comune", non rischia di creare un nuovo "caso" come 'Sei come sei'?

Penso che la scuola debba essere il luogo nel quale si allevano e si allenano le coscienze dei ragazzi, dove si insegnano loro non solo le lingue, la matematica o la letteratura, ma a pensare, a capire il mondo, a formarsi la propria opinione. Perciò ritengo giusto che i docenti propongano loro di leggere libri che possano discutere. “Io sono con te” è il racconto di una realtà contemporanea che dovrebbero in ogni caso conoscere, anche perché sono i ragazzi di oggi che domani costruiranno la nuova Italia. E i figli di donne come Brigitte sono già nelle loro classi, anche se forse ai compagni non dicono ciò che hanno vissuto le loro madri, i loro genitori. Quindi certo che si potrebbe leggere il libro nelle scuole superiori. Il caso costruito intorno a “Sei come sei” fu politico, la scuola venne usata solo come pretesto. 

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«Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo» diceva Gianni Rodari Anche nei momenti più difficili, i libri sono la nostra bussola: ci aiutano a leggere il mondo che ci circonda e capire dove stiamo andando.

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