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“Cara senatrice Merlin”: com’era la vita nelle case chiuse

Il 20 febbraio 1958 veniva promulgata la legge Merlin, che aboliva la regolamentazione della prostituzione, chiudendo le case di tolleranza e introducendo i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione. Già a partire dai primi anni successivi l’approvazione, il tema della riapertura dei “casini” è tornato ciclicamente nel dibattito politico. È uno dei cavalli di battaglia della Lega e di Matteo Salvini, che proprio ieri è tornato a dirsi a favore delle case chiuse mentre in Veneto si parla della creazione di un albo per le prostitute “libere professioniste” che dovrebbero emettere fattura con partiva iva. 

L’anno scorso, in occasione dei 60 anni dell’approvazione della legge 75/1958, le Edizioni Gruppo Abele hanno pubblicato “Cara senatrice Merlin. Lettere dalle case chiuse”, una riedizione della raccolta di testimonianze dirette delle “signorine” che l’esponente socialista ricevette mentre era in corso il dibattito parlamentare e che furono pubblicate in un volume nel 1955 a cura della stessa Merlin e di Carla Barberis, pseudonimo della giornalista socialista Carla Voltolina, moglie di Sandro Pertini. Il libro - che raccoglie anche alcune voci critiche nei confronti della legge - contribuì a svelare all’opinione pubblica la realtà dei bordelli anche se Benedetto Croce ragionava che «eliminando le case chiuse non si distruggerebbe il male che rappresentano, ma si distruggerebbe il bene con il quale è contenuto, accerchiato e attenuato quel male» e Indro Montanelli nel libello "Addio, Wanda!" sosteneva che «in Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basate su tre fondamentali puntelli: la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia». 

Attraverso quelle lettere - a volte sgrammaticate, sincere e terribili - emerge tutto lo squallore e la miseria delle condizioni di vita delle prostitute che lavoravano e risiedevano nelle centinaia di casini sparsi in tutta la penisola: trattate come schiave dai clienti e dagli stessi proprietari dei bordelli, costrette il più delle volte "a fare la vita" non per libera scelta ma per fame, obbligate per legge dallo Stato a sottoporsi a periodici controlli igienico-sanitari da parte di medici corrotti e conniventi con i proprietari, portatrici fino alla fine dei loro giorni di un stigma sociale che impediva loro di ricollocarsi una volta uscite da quello che era un vero e proprio ghetto perché letteralmente schedate. Erano giovani e meno giovani, analfabete o istruite, spesso cameriere abusate nelle ricche case dove prestavano servizi e finite poi nel gorgo, ragazze mal consigliate o ingannate, madri di famiglia con figli e mariti invalidi o disoccupati a carico. 

«In molte case poi - si legge in una lettera - le Signorine sono costrette a dormire assieme perché il personale non ha le camere, perché tutti i buchi sono stati sfruttati, benché qualche cosa con la paura della chiusura si sia fatto, come materassi, biancheria nuova e la ostentano a ogni commissione di controllo che si sa più o meno in anticipo e cosi si preparano letti, ghiacciaie piene di carne, credenze piene di pasta e cosi via. Quando arriva un commissario noti che ci telefonano avvisandosi una con l’altra. E poi ci sono gli orari dalle 10 all’una, dalle 2 alle 8, dalle 9 alle 24, non ti lasciano che il tempo di mangiare e di lavarti la faccia. Il personale dalle 7 e mezza all’una, alle 2 di notte e se non gliene diamo noi la padrona umana le dà si o no 100 lire, la disumana 10, 15 lire al giorno perché hanno le mance». 

Per non parlare poi di quello che accadeva in quelle «case immonde» dove le donne venivano «sfruttate e consumate fino alle midolla. E devono tacere e fare silenzio» perché «non è vero che una donna può rifiutare qualche cosa al cliente... cliente scontentato, rinnovo perso... e la voce corre e le case non vogliono donne “schizzinose"».

Difficile viverci, ma soprattutto difficile uscire dalle case chiuse, raccontano le lettere. «Come possiamo noi dimostrare le buone qualità, se nessuno vuol metterci alla prova? Non ho chiesto al mondo danari, o un posto in barca, ho chiesto un umile lavoro… per non morire di fame… e tutti rispondono (cominciando dalle autorità) “non possiamo fare niente”», scriveva una donna. «Finalmente una speranza è entrata nei nostri cuori e il nostro tormento ogni giorno è sollevato dal pensiero che, presto tardi (magari più presto di quello che pensiamo) saremo liberate e potremo tornare persone civili, con diritti pari a tutte le altre», scriveva un’altra appellandosi alla senatrice Merlin, che nelle lettere viene di volta in volta definita «signora cara, fata benefica», «la mamma di tutte noi». 

La riedizione del libro è a cura di Mirta Da Pra Pocchiesa, che ha aggiunto un saggio introduttivo nel quale elenca «dieci buone ragioni» per continuare a sostenere l’attualità di una legge “geniale” e «dieci sfide che la prostituzione pone, a tutti noi, nel nostro tempo».

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A più di sessant’anni dalla loro prima pubblicazione, la lettura delle Lettere non lascia indifferenti e quelle testimonianze toccano ancora oggi questioni che sono nel dibattito quotidiano: non solo la lotta alla tratta di esseri umani e allo sfruttamento, ma anche e soprattutto la violazione della dignità delle donne e la tutela del loro diritto all’autodeterminazione.

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«Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo» diceva Gianni Rodari Anche nei momenti più difficili, i libri sono la nostra bussola: ci aiutano a leggere il mondo che ci circonda e capire dove stiamo andando.

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