Lunedì, 27 Settembre 2021
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A cura di Chiara Cecchini

In finale al premio Sciascia il libro di un killer mafioso

«Pongo alla cultura italiana un interrogativo: è possibile che un ergastolano che si è macchiato di crimini efferati e le cui ferite sono vive nelle carni delle sue vittime partecipi a un premio letterario di cui sono stati protagonisti Sciascia, Consolo e Bufalino?».

A parlare è Gaspare Agnello, critico letterario, amico personale dello scrittore siciliano e componente della giuria del Premio Leonardo Scascia-Racalamare, che quest’anno vede tra i finalisti l’autobiografia di Giuseppe Grassonelli, killer di mafia e tra i fondatori della Stidda, entrato in carcere nel 1992 quasi semianalfabeta e oggi laureato in Lettere con lode.

Un ergastolano, per quindici anni nel rigore del 41 bis, nemmeno «un collaboratore di giustizia», che con questo libro racconta una verità «che le sue vittime non possono contestare», scrive Agnello al quotidiano “La Sicilia”.

Frutto della collaborazione a quattro mani con il giornalista del Tg5 Carmelo Sardo ed edito da Mondadori con il titolo “Malerba”, il libro di Grassonelli si trova a concorrere per il premio insieme a “È così lieve il tuo bacio sulla fronte” di Caterina Chinnici, la figlia del giudice Rocco, assassinato con la sua scorta il 29 luglio 1983 davanti alla sua casa di Palermo (il libro è edito anch’esso da Mondadori). Completa la triade il giallo “Piccola Atene” di Salvatore Falzone (Barion).

Singolare circostanza, che ha spinto Agnello a presentare le proprie dimissioni da giurato. «Non credo che Sciascia, Consolo e Bufalino sarebbero stati felici di vedere accanto ai loro nomi, nell’albo dei vincitori del premio Racalmare, quello dell’ergastolano Giuseppe Grassonelli», dice ancora Agnello, per il quale nel libro del boss c’è «una velata intenzione di voler giustificare le sue scelte criminali con la necessità di dover vendicare i propri ‘cari’ e di sfuggire alla sicura morte per mano degli avversari». Tutto ciò getta «una cattiva luce sul libro, senza dire che dargli un premio al Racalmare, nato come strumento culturale di riscatto della gente del Sud, sarebbe un’offesa alle tante vittime di Grassonelli, il sangue delle quali è ancora fresco e i cui parenti avrebbero motivo di ribellarsi».

Parole dure che però per Carmelo Sardo sono semplicemente «illazioni», il frutto di un «malcelato e inspiegabile livore», il quale accusa Agnello «da un lato di una scarsa comprensione del testo, del suo valore e del suo messaggio, dall’altro di una scarsa conoscenza della personalità di Sciascia, dell’attenzione che poneva ai temi legati alla giustizia, alle condanne e al recupero». Anzi, Sardo si dice convinto che l’autore de “Il giorno della civetta” «sarebbe anzi stato portato ad accogliere di buon grado che un libro che un libro come “Malerba” fosse scelto tra i finalisti di un premio alla sua memoria».

In tutto questo, gli organizzatori del premio, che sarà assegnato domenica a Grotte (Agrigento) da un giuria popolare, hanno preferito non commentare né prendere posizioni, anche se il presidente della giuria, il giornalista e scrittore Gaetano Savatteri, che conobbe in gioventù Sciascia, rivendica la scelta dei tre libri finalisti (una scelta «condivisa da tutta la giuria, compreso Agnello», dice) e si riserva ulteriori commenti nel corso della conferenza stampa di presentazione del premio ai Giardini Reali di Palazzo dei Normanni.

Per quanto legato indissolubilmente a una figura simbolica come quella di Leonardo Sciascia, il Racalmare è pur sempre un premio letterario e la domanda retorica posta da Agnello alla cultura italiana tutta costringe inevitabilmente a porsi anche anche un altro interrogativo: è lecito giudicare negativamente un’opera che concorre per un premio letterario non per il suo specifico valore artistico quanto piuttosto per la biografia del suo autore, soprattutto dal momento che ammettendo il libro al premio c’era già l’implicita possibilità che questo potesse arrivare in finale e vincere il titolo?

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