Venerdì, 23 Luglio 2021
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A cura di Chiara Cecchini

Umberto Eco: la cultura, i social e gli “imbecilli”

Umberto Eco

I giornali fermavano le rotative per la morte improvvisa di Umberto Eco alle 22.30 di un anonimo venerdì sera, mentre sui social era già partito il cordoglio, subito fustigato da chi non ha dimenticato l’attacco frontale che Eco riservò alle "legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività" e che ora avevano trovato una piazza e "diritto di parola" proprio grazie al web. Eppure oggi una figura come quella di Umberto Eco docente universitario, filosofo, linguista, scrittore da bestseller, giornalista, bibliofilo, ma si farebbe prima a dire cosa non è stato, riempie le bacheche social. 

Eco, più di tante altre personalità del mondo della cultura (e perché no, anche dello spettacolo e della politica), non è mai stato un “parruccone”, a dispetto di quel titolo di professore che gli spettava di diritto una volta salito in cattedra agli inizi degli anni Sessanta quando iniziò la carriera universitaria, ma che in realtà era molto meno formale e più aderente alla realtà di quanto si potesse pensare. Come ha ricordato oggi su Repubblica un commosso Stefano Bartezzaghi, che fu suo allievo a Bologna, "Umberto Eco è stato professore prima e molto più di ogni altra cosa" e "nella sua bibliografia, fatta di titoli passati in proverbio, il più umile e il più autobiografico (ma anche uno dei più preziosi) è certamente il 'Come si fa una tesi di laurea', del 1975". 

Personificazione stessa del concetto di 'studioso', Umberto Eco era persona assai divertente, amante delle barzellette, curioso e aperto a quello che c’era intorno a lui, capace di passare dal “Manuale di semiotica” al giallo medioevale “Il nome della rosa”, da Linus a “Opera aperta”. 

Sebbene viviamo in un’epoca e in un paese in cui la cultura è guardata spesso con sospetto ("Il piacere dell’erudizione è riservato ai perdenti. Più cose uno sa, più le cose non gli sono andate per il verso giusto", scriveva caustico lui stesso nel suo ultimo romanzo "Numero Zero"), Umberto Eco ha sempre navigato tra le onde di ogni tipo di cultura, con divertimento, gusto e passione. Su tutto, il piacere di scoprire, di provare a interpretare il mondo e soprattutto di insegnare e condividere. Eco ha reso la cultura un bestseller, come ha titolato questa mattina La Stampa,  anche perché "per capire la cultura di massa dovete amarla, non potete scrivere un saggio sul flipper se non avete giocato a flipper". 

Le ultime, polemiche uscite contro la Rete e i suoi difetti sono state accolte spesso con livore e una punta di suscettibilità sui social, sia da parte di chi si è sentito chiamato in causa direttamente sia da parte di chi invece internet lo vive e lo studia. A ottant’anni e più Eco avrebbe potuto semplicemente disinteressarsi alla cosa e invece era lì a prendere posizione, a cercare ancora di comprendere e analizzare la rivoluzione mediale nelle sue più recenti declinazioni. 

C’è stato chi lo ha accusato di aver assunto una posizione ideologica, piegando la realtà a quella che invece era solanto la sua visione della realtà senza ricordare l’importanza che i social hanno nel mondo moderno, come pure chi ha sottolineato che il problema vero non è tanto "l’invasione degli imbecilli" quanto la mancanza delle competenze per leggere e comprendere la Rete ed evitare di cadere nelle sue trappole.

Ma in quel famoso intervento sui social e gli imbecilli, durante un incontro con i giornalisti dopo aver ricevuto una laurea honoris causa in Comunicazione e Cultura dei media da parte dell’Università di Torino, Eco riconobbe anche il valore "positivo" dei social network, "non solo perché permettono alle persone di rimanere in contatto tra loro", ma anche la loro importanza come argine contro l’informazione di regime: "Pensiamo a cose che succedono in Cina o a Erdogan, in Turchia. E’ stato anche un movimento di opinioni. Qualcuno ha detto 'Se ci fosse stato internet ai tempi di Hitler, i campi di sterminio non sarebbero stati possibili' perché la notizia si sarebbe diffusa viralmente”.

Ma ribadì ancora una volta il problema del “filtraggio”, della necessità di verificare le informazioni trasmesse dai media, da parte dei media stessi come pure dalla scuola, che deve riuscire ad insegnare "l’arte della selezione", come ribadì Eco stesso ne La Bustina di Minerva del 17 aprile 2007 dal titolo “A che serve il professore?". La speranza è che tra la massa di imbecilli che indubbiamente popolano il web, ma che non ne rappresentano sicuramente l’intera popolazione così come questo non avviene nella vita reale, l’uomo abbia la possibilità (e la volontà) di formarsi e di riuscire a comprendere ciò che lo circonda. 

Per farlo serve un’unica cosa: la cultura, cioè - come ricorda la Treccani - “l’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di sé e del proprio mondo”. 

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