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Volgograd, storie di ordinaria periferia in cerca di riscatto. Intervista a Luigi De Pascalis

Volgograd è la periferia di Roma. Così l’anonimo protagonista di “Volgograd. Storie di ordinaria periferia” di Luigi De Pascalis (La Lepre Edizioni) chiama quella cintura esterna che racchiude la Capitale, «un enorme, labirintico, anonimo non-luogo», fatto di centri commerciali, palazzoni, degrado e solitudini. Anziano, vedovo e con un figlio lontano, osserva l’umanità che lo circonda e ne scrive le storie al computer. Inizialmente slegate, quelle vicende - tristi, malinconiche, nostalgiche, amare - trovano alla fine un inaspettato punto di incontro. Pittore e illustratore, Luigi De Pascalis è dei più apprezzati autori italiani di narrativa fantastica, autore di romanzi storici, noir e graphic novel. Con Volgograd De Pascalis si cala nella realtà di un microcosmo fatto di piccole storie in cerca di riscatto, quasi neorealiste, tra poesia e noir. 

Dopo tanto fantasy e romanzi storici, ora si è immerso in questa periferia trasfigurata ma più vera del vero. Perché scrivere di Volgograd? 

Mi verrebbe da dire che si tratta di una lenta, anzi lentissima marcia di avvicinamento alla realtà contemporanea che ho sempre trovato particolarmente ostica. Ma sarebbe solo un aspetto della questione. In tutta la mia produzione mi sono sempre occupato dei momenti di passaggio da una fase storica a un’altra. E mi pare ormai ineludibile che qualcuno racconti i nostri giorni dal punto di vista dei cambiamenti in atto, anzi delle conseguenze malinconiche e dolorose che tali cambiamenti hanno portato e portano nella vita delle persone: solitudine innanzitutto (la solitudine del consumatore che può essere solo tale?) e soprattutto una drammatica mancanza di senso a cui religione, politica e arte non riescono più a rispondere. 

Volgograd racchiude Roma come una cintura, così la forma del romanzo contiene in sé tanti racconti. C’è poi un protagonista ma sentiamo anche la voce di molti altri personaggi. Come mai questa “coralità en abyme”? 

Il mio mai nominato protagonista cerca di combattere solitudine e mancanza di senso con la scrittura che è poi riflessione sulla propria vita e su quella degli altri, tentativo di trovare un ordine nel disordine della vita. E’ un uomo perennemente in fuga che finalmente trova la forza di fermarsi e reagire per difendere non se stesso ma chi sta peggio di lui. La coralità intende dare conto di due cose. La prima è dare voce a chi non ne ha (così dichiara il protagonista). La seconda è che più solitudini sommate continuano a dare come risultato la solitudine perché manca quel pensiero condiviso che una volta offrivano arte, politica e religione. Così ciascuno è solo di fronte all’esistenza e a questa solitudine reagisce come può: a volte con la violenza, a volte con azioni incresciosamente irrazionali. Ma c’è un altro motivo. La coralità mi permette di modulare la mia scrittura adattandola a voci diverse; e poi, raccontando personaggi diversi mi ha permesso di raccontare alcuni decenni della nostra storia, dalla seconda guerra mondiale a oggi. Senza strafare, direi.

È impossibile non chiedersi quanto ci sia di vero e quanto di finzione nei racconti. 

Tutti gli episodi narrati hanno un fondo di verità. Sono cose che ho vissuto, che mi sono state raccontate o che ho letto (colleziono articoli di  cronaca che mi colpiscono per la loro esemplarità). 

Ci sono tantissime storie “in negativo”, il finale resta aperto, ma l’impressione è che tutto il romanzo parli in fondo di speranza. È così? 

Finché ci sarà anche uno solo che si porrà domande scomode e controcorrente, pure se sterili, secondo me il fondo di speranza rimane. Del resto siamo vecchi di milioni di anni, chi sa quante volte abbiamo ricominciato, magari imboccando strade senza uscita, ma fin qui ci siamo arrivati lo stesso. E questo fa ben sperare. 

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Volgograd ha il ritmo incostante di un coito svogliato. E’ un abisso che odora di sogni interrotti, di ambizioni irrisolte, di talento non provato, di sconfitte reali come sassate. E qualche volta il cuore ci si lascia imprigionare, senza più riuscire a evadere

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«Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo» diceva Gianni Rodari Anche nei momenti più difficili, i libri sono la nostra bussola: ci aiutano a leggere il mondo che ci circonda e capire dove stiamo andando.

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