Lunedì, 1 Marzo 2021
Lo sfasciacarrozze

Lo sfasciacarrozze

A cura di Diego Giorgi

Il dolore di Alfonso

La 'piastrina della morte' di Alfonso

“Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà…”. Era notte fonda a Buchenwald e dentro uno stanzone buio un manipolo di italiani si preparavano alla morte come gli era stato insegnato da piccoli, pregando. Oramai c’era solo la paura e la preghiera non era speranza. Tutto era stabilito, non si poteva tornare indietro. Gli ufficiali del campo avevano deciso: “Dovevamo morire, eravamo già stati tutti interrogati e condannati. A breve ci avrebbero portato nel triangolo della morte”. Alfonso Lusini (30-06-1922) chiamava così l’ultima tappa del campo di sterminio. La morte lo stava rincorrendo e l’aveva quasi raggiunto. Dormire era il suo ultimo pensiero. I ricordi erano tanti, troppi. Quanto era lontana la Toscana, il Casentino e lo scorrere della vita contadina di Chiusi della Verna, il suo paese natale. L’ultima volta l’aveva visto pochi giorni dopo l’armistizio dell’otto settembre del ‘43.

Bersagliere sotto le armi, tornò da ‘sbandato’. La pace, tuttavia, durò quanto un sospiro. Pochi mesi dopo il rientro, una pattuglia di partigiani irruppe in paese e, in un agguato, uccise un soldato tedesco. Era il tredici giugno del ’44. La rappresaglia fu dura e immediata. L’indomani, un reparto tedesco scese in paese e uccise nove uomini ed una suora. Tra i nove anche il padre d’Alfonso, Pietro, trucidato davanti al portone di casa; ma ‘Fonzio’ era già lontano, in fuga da soldato ‘traditore’ per scampare al rastrellamento. “Scappai e mi rifugiai nel bosco della Croce di Sarna”. E non fu il solo. Le speranze di salvezza s’infransero il mattino seguente, quando i tedeschi li presero e li caricarono nei camion. Da lì a Peschiera del Garda. Poi una nuova partenza. Stavolta in un treno con le sbarre ai finestrini. Una prigione sui binari. Alla stazione di Gorizia erano in molti: partigiani, ebrei italiani e poi loro, gli ‘sbandati’. Uomini, donne e bambini. Tutti ammassati ordinatamente. Il silenzio assordante dei prigionieri, le urla, le bastonate e gli spari dei nazisti.

“Nel mio vagone eravamo quarantadue. Talmente stretti che non c’era lo spazio neanche per sedersi. Quando ci fermammo la prima volta delle donne impietosite ci tirarono dell’acqua attraverso le sbarre. Eravamo così assetati che iniziammo a leccarci l’un l’altro. I più vicini ai finestrini leccavano le sbarre. Un vecchio vicino a me non resistette. Si accasciò e morì”. Era il ventisette giugno del 1944. Tre giorni dopo arrivarono in Germania nel campo di concentramento di Dachau, vicino a Monaco, dove le SS sperimentarono per la prima volta la fisica dell’anima. “Fecero l’appello, poi ci fecero spogliare e arrivarono i dottori”. Chi non passava la visita era morto. Fonzio era giovane, energico. I medici lo promossero. Gli fu consegnata la tenuta da prigioniero e una catena da portare al collo con una piastra metallica, “La piastrina della morte”. Così passò il primo giorno a Dachau, e vide i primi morti dei campi, le bastonate, gli insulti, le umiliazioni. Il suo terrore riflesso nelle facce degli altri. “Le persone morivano in continuazione, di fame, di stenti, di fatica, uccise dai soldati. Per gli ebrei non c’era pietà. Per i soldati come me, spettava un minimo di umanità”.

Dopo un mese fu trasferito a Buchenwald nelle vicinanze di Weimar. La prerogativa del campo era lo sterminio per mezzo del lavoro. “Buchenwald era infernale. Peggiore di Dachau. Il lavoro era massacrante e guai a fermarsi”. Tuttavia nel campo conobbe una soldatessa che sapeva l’italiano perché era stata fidanzata con un fiorentino. Fu lei che lo aiutò a scrivere un telegramma a casa, con l’obbligo di non menzionare né dolore, né morte e neppure il luogo in cui si trovava. La donna così dettò il testo ad Alfonso: “Sto bene e sono con una bella bionda”. Il telegramma arrivò a destinazione nel Natale del ’44. Il postino del paese lo consegnò al parroco, che lo lesse in chiesa ed esclamò: “Fonzio è vivo”. L’emozione fece perdere i sensi alla madre.

Così fino a quella sera maledetta, quella delle preghiere. Poi la voce di un elettricista italiano che con Fonzio aveva condiviso i giorni nel campo: “Ragazzi, lo vedete che nei reticolati intorno al campo non passa corrente? Piove, eppure neanche una scintilla. Deve essere un corto. Dobbiamo approfittarne”. La speranza iniziò a diffondersi nella camerata. Da perdere c’era solo una vita già finita. Uscirono dalla palazzina e si avvicinarono ai reticolati. La corrente effettivamente non passava. Iniziarono a scavalcare uno alla volta, usciti tutti cominciarono a correre e entrarono nel bosco. Il buio nero, la paura degli aguzzini. I nuovi pianti. Così si fermarono. La notte la passarono tutti svegli, sotto un’incessante pioggia. Alle prime luci del mattino ripresero il cammino e si diressero verso il fronte indicato dalle cannonate. Il rumore era sempre più vicino. Gli scoppi della morte che per loro suonavano la musica della salvezza. “E ci fu da attraversare anche un ponte di legno con un soldato tedesco a fare la guardia”. Guardarono il soldato, lui fece cenno di passare, con la mitraglietta. “Non fece una mossa e avevamo tutti la piastrina al collo”. La guerra era finita anche per lui. Un mese e mezzo dopo, Fonzio era di nuovo a casa. Con 40 chili di meno e l’anima spezzata. Per sempre.

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