Martedì, 19 Gennaio 2021
Lo sfasciacarrozze

Lo sfasciacarrozze

A cura di Diego Giorgi

Pd, Renzi parte da Bari e dall'essere 'costretto' a fare il sindaco

Matteo Renzi ‘cambia verso’. Che è uguale a rottamare e magari, se gli toccasse fare il candidato premier alle prossime elezioni, asfaltare. Sì perché il ‘verso’ in questione non sta per cambio registro. No, sta per cambio l’Italia, o meglio la politica italiana. Cambiano i nomi ed è passata qualche stagione ma l’arma più convincente del sindaco resta sempre la stessa: i politici, quelli che c’erano prima e ci sono oggi, devono fare un passo indietro. Il perché sta nei risultati, quelli che non ci sono e che Renzi cavalca come cavallo di Troia.

Fece così un anno fa, durante le primarie contro Bersani. Allora però si trattava della premiership e aveva tutto il partito contro. “Non sarò mai come voi”, tuonò a pochi giorni dal voto, quando la fenomenologia del fate largo si era trasformata in una lotta quotidiana senza quartiere. Da qui ai prossimi 56 giorni, farà lo stesso. Ma un po’ più soft. Ed è logico: la partita per la segreteria del Pd è altra roba rispetto alla guida del Paese. Senza dimenticare che stiamo parlando di un partito con 19 anime-correnti. Da rifondare, nonostante Letta sia premier. Per i più smemorati il consiglio è di andarsi a riguardare e ripassare quel che successe per l’elezione del Presidente della Repubblica, giusto la scorsa primavera. Con una parte dei parlamentari dem che nel segreto dell’urna pugnalarono Romano Prodi, uno che ha fondato l’Ulivo.

Un Pd un po’ da rottamare, un po’ da ristrutturare, un po’ da rinsaldare. Con un di più di peso: Renzi non è più solo contro tutti. Anzi il grosso del partito gli si si è riequilibrato attorno (anche senza entrare a far parte del ‘cerchio magico’). C’è Franceschini e AreaDem, c’è Veltroni e un pezzo consistente degli ex Ds. E poi c’è la gente, i bagni di folla che hanno accompagnato il sindaco nella stagione delle Feste dell’Unità. Per ultima, la ciliegina sulla torta: le primarie non aperte ma spalancate. Questa volta l’unico requisito per presentarsi ai gazebi o ai circoli saranno i due euro da consegnare all’organizzazione. Un, due, tre motivi per essere ottimisti (è il favorito assoluto) e più dialoganti. Cominciando dai comandamenti della sinistra: “Compagno – ha scherzato con Sergio Staino a Firenze alla presentazione del nuovo libro di Fabrizio Barca– viene da cum più panis: è quasi cattolico, colui che divide il pane”.

Slogan Renzi-2C’è l’ottimismo, il classicissimo “sorriso”, c’è Crozza che lo prende in giro con i “Renzini, le praline dell’ovvio”. C’è anche il simbolo della nuova campagna. Il detto è quello dell’attacco: “l’Italia cambia verso”. Sfondo arancione, un po’ di blu, scritte bianche. Con ‘l’Italia’ scritta al contrario e la R di Renzi disegnata da una freccia. Il messaggio, ideato da Proforma – la stessa agenzia barese che in passato ha curato le campagne di comunicazione per Vendola, Bersani, Emiliano e Monti –, non è d’impatto immediato (e per la verità non è neppure troppo bello). ‘Adesso’, con i colori dei democratici di Obama, è altra storia. Era tutta un’altra storia.

Ora c’è da prendersi il partito e fare di quel ‘canone inverso’, la rottamazione, il tagliando. A bassi giri, per ora. Certo se poi nel Pd i tagli rimarranno solo annunciati (“con me i più bravi, non i più fedeli), qualcuno potrebbe rimanerci male. Problemi di domani. Ora si punta sull’entusiasmo: a Bari voglio parlare della politica “come di una cosa bella”, che dia “entusiasmo” e “speranza”, ha detto ieri sera al Tg3. Vuol fare il segretario – quest’oggi presenterà la candidatura ufficiale e il documento del suo mandato – e ‘l’interrogazione’ di Bianca Berlinguer spazia a tutto campo dentro alle pieghe del dibattito in corso. E allora con ordine: si parla di Lampedusa, l a “Bossi-Fini ha fallito, va cambiata”. Di amnistia e di indulto: “Prima la riforma della giustizia poi indulto e amnistia”.

Gli chiedono anche sul suo futuro a Firenze. Correrà per l’elezione a sindaco? “Credo proprio di sì!”. E ancora: “Credo sia assolutamente normale che il segretario di un partito possa fare il parlamentare, il parlamentare europeo e anche il sindaco, l’importante è che faccia bene il suo lavoro”. Segretario e sindaco. Questo è il piano. Possibile? È da vedere; da valutare quanto realisticamente sia credibile intersecare due agende molto complicate. E dispendiose: Firenze ha bisogno di un sindaco vero, che si faccia carico di questioni come la tramvia, per esempio. Il Pd di un segretario non di un traghettatore. Vista così il doppio impegno appare complicato.

E tuttavia, nonostante i consigli da buon padre di famiglia che gli ha mandato giusto ieri sera da Otto e Mezzo su La7 l’attuale segretario del Pd, Guglielmo Epifani (“Segretario e sindaco? È un po’ difficile, perché guidare il più grande partito italiano non è assolutamente semplice. Credo tocchi a lui riflettere bene su questa scelta e mi auguro che più in là possa ripensarci”), Renzi va avanti. Il perché sta in una posizione politica che è anche uno slogan: si tratta dell’uomo del fare. Fare il segretario da sindaco è un biglietto da vista pesante.

Un conto è fare il segretario da Roma, seguire e spezzare le logiche delle correnti, farsi logorare da questa continua dialettica. Un altro è farlo dopo una giunta comunale, dopo aver inaugurato un cantiere stradale, dopo aver acceso un nuovo fontanello. La differenza sta nel fare il politico da dentro caminetti e dinamiche del politichese o farlo con la fascia tricolore indosso. Che oltretutto è anche il Pd che vorrebbe, il suo: un partito che si servirà della stretta collaborazione dei sindaci, di chi sta in prima linea (a dispetto, dice Renzi, di un partito chiuso, lontano dalla gente, in perenne liturgia assembleare).

Ma c’è di più: Renzi non vuol perdere il passo con Letta che farà il premier almeno fino al 2015. Almeno fin dopo il semestre europeo. E poi l’Italia dovrà affrontare l’Expo di Milano, la più grande vetrina internazionale da quando siamo approdati nel terzo millennio. La cosa, in sostanza, si potrebbe allungare. Dipenderà dal premier Letta, da Alfano e Berlusconi (da chi farà il capo e chi detterà la linea). E nel lungo periodo aggiustare l’Italia è una cosa, aggiustare il Pd è un’altra e ha meno peso. Farlo da sindaco, aumenterebbe il carico, tanto da riequilibrare la bilancia elettorale.

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