Città conquistatrice

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Al contadino non far sapere il parco agricolo

foto di Fabrizio Bottini

Come ben sanno quasi tutti, Milano è circondata da un fertilissimo territorio agricolo, arricchito sin da tempi remoti con l'insediamento di abbazie, borghi, cascinali isolati, a cui fanno riferimento i poderi, e che si collegano con canali di irrigazione, stradine, sentieri. Un sistema straordinario e complesso più volte descritto anche sul versante tecnico e socioeconomico in passato, per esempio negli studi sulle proprietà fondiarie e il loro sfruttamento fatti in prospettiva dell'aggregazione di comuni contermini nel 1923, e poi del Piano Regolatore della Grande Milano che ne seguì non molto dopo. Ancora nel periodo della ricostruzione post-bellica uno studio significativamente intitolato «Ruralistica» ed esteso in realtà ad una regione padana più ampia, ne metteva comunque in risalto le grandi potenzialità sia produttive che di polmone verde metropolitano o Greenbelt. Potenzialità poi sfociate con la istituzione dopo il varo delle Regioni a statuto ordinario del Parco Agricolo Sud Milano, territorio che appunto unisce valorizzazione ad assetto variabile del paesaggio e dei beni culturali-ambientali, tutela delle attività produttive primarie, governo delle evoluzioni urbane-infrastrutturali intercomunali. È tenendo ben presenti queste variabili che provo a descrivere un mio percorso in bicicletta dentro quella rete di relazioni antica e moderna, che chiamerò il Circuito delle Abbazie.

Di solito i percorsi ciclabili per le abbazie del milanese sono del tipo turistico prediletto sia dalle associazioni tematiche che dalle amministrazioni, col limite a mio parere piuttosto vistoso di privilegiare una specie di pendolarismo lineare, caratteristico del resto dei progetti di pista ciclabile dedicata, da A a B e ritorno. Voglio invece qui descrivere un mio personale Circuito delle Abbazie che si snoda tra i borghi della fascia meridionale milanese in modo continuo (facilmente verificabile sui toponimi Google Maps per esempio) mettendone in luce esattamente i limiti di connessione. Partenza da via San Bernardo a Chiaravalle, all'incrocio di via Sant'Arialdo, uscendo dal borgo sulla stradina tra i campi che il ciclista deve condividere col traffico veicolare fortunatamente in genere scarso. Dopo il ponte sulla ferrovia, per fortuna servito da una strozzata ma sicura striscia ciclabile protetta da guard rail, si scende sulla Strada Tecchione che attraversa tutta la zona industriale di Sesto Ulteriano fino all'altro ripido – e senza corsia protetta – ponte sull'autostrada scendendo a Civesio (dove ai giardinetti vicino alla chiesa si può anche far rifornimento d'acqua alla fontana, per chi se ne fosse scordato a Chiaravalle).

Da qui purtroppo in controsenso la stretta via Marignano porta fino al borgo di Viboldone che dopo l'attraversamento (attenzione, i veicoli anche pesanti qui sfrecciano a velocità autostradali) della Provinciale per Locate col toponimo Strada Melegnano scorre complanare all'Autosole, fino al cavalcavia verso Carpiano Cascina Belvedere. Si prosegue sulla poderale asfaltata in genere poco trafficata fino a cascina Faino, dove svoltando a destra si va di nuovo a incrociare e attraversare la Provinciale per Locate, immettendosi finalmente in un (breve) percorso dedicato ciclabile tra le cascine, fino al ponte sulla superstrada Valtidone che scende nell'abitato di Locate, da cui si può attraversare la ferrovia al sottopasso pedonale ciclabile della Stazione. Inizia un lungo tratto interamente servito da percorsi protetti, con diversi attraversamenti comunque sicuri e in centro abitato, che attraverso la zona industriale, e l'abitato di Opera, arriva dai campi agricoli fino all'Abbazia di Mirasole. Qui la strada di Ponte Sesto, stretta e sempre trafficatissima (è considerata una specie di Tangenziale Complementare) ci porta fino allo svincolo di Rozzano, dove dal sottopasso si accede attraverso la viabilità del centro commerciale al Depuratore di San Rocco, e da qui a una comodissima stradina asfaltata tra le risaie: una ciclabile che arriva comodissima fino al borgo Quintosole, dove si imbocca attraversando via Ripamonti, di nuovo la Sant'Arialdo da cui eravamo partiti, fino a Chiaravalle. Ma pare ci sia un problema concettuale.

In tutto questo girare per i territori «psicogeografici» di polverose lottizzazioni industriali e cavalcavia ingombri di discariche e piccoli cadaveri in decomposizione, quella striscia asfaltata nelle risaie tra il Depuratore e Quintosole pare davvero un'oasi inattesa, e infatti è difficile non vedere almeno in lontananza qualcuno che corre, o porta a spasso il cane, o crocchi di gente che si è incrociata durante il passeggio pomeridiano e scambia due parole. Ma si incrocia anche qualche contadino, che pro domo sua ignaro del ruolo sociale del verde agricolo metropolitano, si impegna a ricordarci che quella «pista ciclabile» non è affatto tale. Lo dice addirittura, ci mostra, il cartello PROPRIETÀ PRIVATA DIVIETO DI ACCESSO con tanto di sbarra. Ecco perché la bicicletta dovevamo mettercela in spalla per scavalcare: non era un modo simpatico per rammentarci il concetto di «sostenibilità» in sospensione. Insomma ci sarebbe un conflitto di interessi, tra legittimo diritto di lavorare la terra, e altrettanto legittimo diritto di fruizione di quella terra per il ruolo a cui lo stesso Parco Agricolo Sud Milano l'avrebbe risparmiata a riempirsi di capannoni, guard-rail, poderali riciclate in corsie di accelerazione, come gran parte dei luoghi che abbiamo attraversato tra una Abbazia e l'altra. Pare di rivedere gli antichi conflitti dei primi abitanti del suburbio londinese ottocentesco con gli agricoltori delle avite «enclosures», poi sfociati attraverso le teorie della Città Giardino nel nuovo ruolo dei contadini custodi del paesaggio tradizionale. Custodito per essere usato però. Ha diritto, l'agricoltore che si sente invaso dai cittadini, di fermarli in nome della sicurezza sul suo posto di lavoro? Non dovrebbe intervenire la politica, a cambiare quel cartello DIVIETO DI ACCESSO mettendoci qualche specifica, e garantendo ovviamente a entrambi i soggetti comodità e sicurezza? Sarebbe il suo mestiere, altrimenti che ci sta a fare.

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" Quando su un motore di ricerca proviamo a inserire l'aggettivo ""urbano"" di solito spuntano il cognome di un cantante country marito di una famosa attrice, o una linea di abbigliamento. Anche quelle cose sono la dimostrazione che, in un modo o nell'altro, la nostra vita ormai si sviluppa dentro a qualcosa chiamato città. Proviamo a raccontarla "

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