Lunedì, 25 Ottobre 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Albert Einstein e il monopattino assassino

Spesso si accusa chi si riferisce a principi generali di astrattezza, sganciamento dalla realtà e dai problemi reali, ricorso a una sedicente teoria per scarsa o nessuna familiarità con la pratica. Ma in effetti è sempre utile tenere ben presente l’aforisma di Albert Einstein quando avvertiva che «Una teoria può essere provata da un esperimento, ma nessun percorso ci guida da un esperimento ad una teoria». Ovvero che deduzione e induzione possono essere certamente parti costituenti di un unico processo di riflessione e/o azione, ma il loro uso non può essere certo lineare e interscambiabile. Ergo riferirsi a principi di carattere generale per occuparsi di pratiche è cosa da fare con attenzione e bagni di umiltà dentro le medesime pratiche, da cui poi anche tortuosamente risalire all’ambito di sicuramente rinfrescate teorie e principi. Quello della differenza tra veicolo ed essere umano per esempio. Su cui credo nessuno abbia alcun che da eccepire così in linea di massima.

E invece no: non passa giorno senza che qualche regolamentatore tecnico o politico proponga di appiccicare sugli esseri umani targhe, assicurazioni obbligatorie, patentini per aggirarsi in città e altri stupidi parafernali. Macché ribattono i sadici regolamentatori: noi non ce l’abbiamo affatto con gli umani ma i coi veicoli che portano in giro pericolosamente, e che abbiano tutte le ragioni lo dimostrano gli incidenti gravi accaduti proprio per mancanza di regole e precauzioni. Possibile che veicoli ed seri umani non siano così facilmente distinguibili? La pratica che stavolta contraddice la teoria, o altro? Ci suggerisce Einstein di guardare meglio al percorso non semplice lineare e univoco che collega la pratica (l’esperimento) al principio (la teoria). E di percorsi in realtà guardando meglio ne scopriamo due e ben distinti. Il primo legge alcuni espedienti per accelerare e rendere meno faticoso il muoversi dell’essere umano dentro il proprio spazio come tali, aggiungere delle ruote, delle trasmissioni, magari anche una piccola fonte di energia aggiunta, ma restando nell'ambito della persona. Che chiamiamo convenzionalmente «pedone accelerato». Del tutto simile al «pedone coperto» se porta un cappello o un ombrello. Il secondo percorso si stacca immediatamente dall’essere umano e si focalizza invece sulle appendici meccaniche considerandole la cosa centrale, che lo comprende certo ma solo con un ruolo complementare, e arriva al concetto di «veicolo». Principi astratti ai dirà: che ci frega quando l’oggetto del nostro ragionamento sono la sicurezza stradale, le sue regole comportamentali, le infrastrutture più adeguate a contenere i flussi di spostamento? Ci frega moltissimo invece.

Se ragionassimo per esempio con questi criteri un po’ schizofrenici ma realistici sulla copertura dalla pioggia, nel primo caso formuleremmo alcune varianti sul tema dell’ombrello, o copricapo, o mantella o soprabito impermeabile. Nel secondo si può benissimo arrivare per via diretta alla costruzione di un portico coperto che si irraggia in tutte le direzioni del potenziale spostamento sino all’infinito. Chiara la differenza tra i due principi a partire dal medesimo spunto pratico sperimentale? Che nel secondo caso evocano come regolamentazione l’intera storia dell’edilizia dell’ingegneria dell’architettura e dell’urbanistica. Nel primo un pò di sartoria artigianato alla buona e al massimo l’altoparlante di «donne è arrivato l’ombrellaio». Se per esempio in sede di «manico» ovvero principio concetto preliminare ci si fosse riferiti all’essere umano nessuno avrebbe mai lasciato commercializzare omologare pubblicizzare come additivi della «mobilità dolce» vari e propri veicoli che assomigliano solo alla lontana al trabiccolo per bambini a cui hanno rubato il nome. E lo stesso vale per quelle «biciclette elettriche» che sono in realtà motociclette ad ogni effetto, travestite per aggirare regole. Quindi tutte le polemiche, oneste o strumentali che siano, discendono da quell’equivoco di fondo e dalla scarsissima considerazione di quanto sia importante riferirsi al principio, alla teoria. Ricordatelo, quando sentite qualche apparentemente onesto e benintenzionato appassionato di due ruote e mobilità urbana ripetere dieci volte a frase il termine «veicolo» parlando di biciclette o monopattini. Si sta - e vi sta - tirando la zappa sui piedi. Se poi insiste, liberatevi di lui.

La Città Conquistatrice – Piste Ciclabili

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