Sabato, 25 Settembre 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

L'ambientalismo urbano a compartimenti stagni

Quando si parla di ambientalismo quasi sempre ci si scontra da subito col divario tra una sensibilità immediata personale e il riscontro reale. Perché esistono le pur ottime intenzioni ma le pessime azioni conseguenti, o ancora il classico sognante «ah si certo mi piacerebbe che, ma poi non ho tempo» di chi in qualche modo ha capito che il proprio stile di vita e azione fa a cazzotti con l'ecologia, ma non ha intenzione di rinunciare a nulla, persistendo nel danno. Peggio ancora quando questo atteggiamento si fa etica ambientalista su misura a compartimenti stagni, magari anche professionale o tecnico-scientifica, in cui il filone teorico va in una direzione, quello pratico in tutt'altra, ma non incontrandosi mai vivono entrambi felici. Salvo che osservata da fuori questa schizofrenia stride parecchio. L'esempio più ovvio, dai secoli dei secoli, è chi si ricongiunge con la natura spaparanzandocisi sopra col sederone della propria esistenza individuale, familiare, socioeconomica allargata, e segnatamente fa quelle scelte classicamente suburbane: la casetta isolata, magari con un pezzettino di campagna simbolica circostante e qualche orpello tecnologico di «autosufficienza energetica» più che altro polemicamente «anticapitalista» come usa dire oggi. Inutile dire che poi questa singolare immersione nella natura la natura finisce ampiamente per obliterarla: consumi amplificati dalla frammentazione, energia, trasporti, stili di vita urbani in ambiente che urbano non è affatto con relativi impatti.

Ma c'è qualcosa di anche peggio, e accade quando i compartimenti stagni prendono possesso anche della vita professionale e politica, oltre che di quella personale. Il primo esempio, spesso trattato in quella prospettiva su queste pagine, è l'impegno «ambientale» delle associazioni ciclistiche che si definisce come tale già in partenza indiscutibile: la bicicletta è ecologica, basta finito, tutto ciò che sembra favorirla, e favorirla così come decidono volta per volta le associazioni, è bene, fa bene. Lasciandoci in parecchi perplessi quando ecologicamente si cancellano ettari di campagne per metterci sopra una strada, identica a tutte le altre strade salvo che viene colorata di rosso e ci dovrebbero passare delle biciclette, per andare non si sa bene dove peraltro. Ma guai a chiedere conto, di questa indiscutibile «cementificazione tecnica»: è cemento che in realtà non cementifica, dato che ci passa sopra il simbolo della salvezza ambientale, chiunque lo metta in dubbio è un nemico del pianeta e dell'umanità.

Schizofrenia diciamo così politica, questa, ma si parlava anche degli aspetti scientifico-professionali, di cui mi è capitato di leggere un bell'esempio pochi giorni fa in un blog specializzato in trasporti.

Oggetto del contendere, per l'ennesima volta, la famigerata autostrada padana Bre.Be.Mi. che come tutti ben sanno oltre agli infiniti scandali finanziari, ambientali, politici, se ne sta tutt'ora semivuota a tagliare la sconvolta pianura tra un punto imprecisato dell'area metropolitana milanese e un altro angolo nel granturco a sud di Brescia. Ciò, osserva il prestigioso blogger trasportista-ambientalista, perché giusto in linea con le infinite incongruenze finanziarie che ne hanno accompagnato la genesi, Bre.Be.Mi. ha delle tariffe autostradali doppie rispetto alla media e alla vicinissima parallela A4, che scoraggiano la quasi totalità del genere umano pensante dall'imboccarla. Perché non diminuirle, e far sì che quel nastro d'asfalto inizi quantomeno ad entrare a regime e fare il lavoro per cui è stata concepita? Qui, grossa come una casa, irrompe improvvisa la schizofrenia ambientale di cui sopra. Almeno se ambientalismo non è un'etichetta a prescindere che ci si è appiccicati o conquistati o si rivendica giorno per giorno: quell'autostrada è stata espressamente progettata per far danni all'ambiente in senso lato proprio «entrando a regime», il quale regime prevede costruire l'infrastruttura, farle attraversare territori che esprimono una certa «domanda socioeconomica-insediativa», e far sì che la medesima autostrada quella domanda la solleciti caldamente. Ed è, esattamente, la domanda di stili di vita e produzione che abbiamo riassunto all'inizio, col personaggio che va a immergersi nella natura obliterandola. E così il cerchio si chiude.

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