Città conquistatrice

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Assessore: ma cosa vuol fare esattamente?

Foto di Fabrizio Bottini

Faceva capolino un po' di anni fa nelle trasformazioni urbane il concetto di «effimero». E attenzione che si trattava di concetto non di aggettivo. Effimero nella città dagli alfabeti scompigliati per dirla col celebre passaggio di Manhattan Transfer stava sostanzialmente per adeguato ai tempi: siccome tutto cambia deve cambiare anche il cambiamento. Ma qui occorre una piccola nota collaterale dato che quell'effimero si affermava in una pur tarda e crepuscolare ma ancora vitale epoca di grandi ideologie dove se non altro appariva chiara e ovvia la distinzione tra fini e mezzi, tra i piani-programmi di massima e i progetti che ne segnavano le discontinue tappe di avvicinamento. Ciò che era effimero lasciava comunque sospeso in aria il proprio spirito di cambiamento pronto a farsi cogliere da altri spunti che marciavano nella stessa direzione. Ma eravamo anche sull'orlo della cosiddetta «fine delle ideologie» e molti ne approfittavano a mani basse. Nel mio campo urbano-territoriale in senso lato, ricordo per esempio il fiorire di microprogetti che volevano riempire in quanto tali l'evaporazione del grande piano programma dirigista che secondo loro era tramontato, fallito (fino a poco prima ne erano stati paladini ben remunerati, ma non è questo il punto). Spuntavano elementi di design e arredo a dir poco surreali, a volte anche intelligenti in sé, ma paracadutati così nel nulla andavano incontro a un destino incerto.

Di quella a suo modo fertile stagione oggi non ci resta quasi nulla salvo le macerie e quei curiosi panettoncini mobili a dissuadere accessi o sosta vietati, su cui non a caso ha costruito in epoche successive altrettanto effimera fama un noto graffitaro coi suoi pinguini a oltranza. Ma evidentemente molto meno effimeri erano il metodo e la prospettiva da cui quegli evanescenti microprogetti derivavano: una sorta di si salvi chi può diventato weltanschauung condivisa. E che oggi a quanto pare ispira tante non-idee di città ben salde al potere. Che spargono a profusione giorno dopo giorno le proprie infinite varianti sul tema del panettoncino dissuasore di design con l'idea certo di riempire un vuoto di senso che si ripresenterà identico domani finito l'effetto mediatico. Ma senza alcuna idea del «dove stiamo andando». O per meglio dire senza nessuna intenzione di rivelarcela come invece potremmo aspettarci da cittadini elettori, che certo delegano le decisioni con fiducia, ma vorrebbero anche sapere quali, decisioni. Cari amministratori che sviluppate «politiche urbane» insieme a uffici tecnici consulenti gruppi trasversali di studio e confronti internazionali: a che razza di città pensate tra un concorso partecipato di panchine in plastica di recupero e un comunicato stampa sulla centralità del cespuglio fiorito nello sviluppo infantile? Perché in sé e per sé quelle cose pur carine lasciando davvero il tempo che trovano, non sarebbero neppure il vostro mestiere salvo il taglio del nastro e la foto ricordo per il social network.

Quasi sempre il cittadino elettore ha un atteggiamento fiducioso e positivo a tale riguardo, pensando che in qualche modo se le cose sono così complesse sarà anche difficile comunicarle nella loro complessità, ci vuol tempo e modo. Ma alla verifica pratica, «sul territorio» per così dire, quel pensare positivo casca e si affloscia: troppi virtuali panettoncini sparsi nel nulla, dismessi, rotti, imbrattati o riciclati chissà come e dove, lasciando poca o nessuna traccia nella materia viva e morta della città. Ovviamente il panettoncino dissuasore è soltanto una metafora, della infinità di tracce lasciate da questo effimero transustanziato: era un mezzo, oggi pare un fine a sé, un medium dell'esistenza dell'assessore promotore, privo di idea di città salvo quella di «veicolo politico» per la propria esistenza, carriera, formazione, chissà. Tutto legittimo ovvio, ma quantomeno inelegante nell'interpretazione assai discutibile della delega, che era certo a lasciare tracce visibili del proprio operato, ma al tempo stesso tracce che ci portassero da qualche parte. Non davanti al muro scrostato dell'ennesimo vicolo cieco, per così dire.

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La Città Conquistatrice – Politica

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" Quando su un motore di ricerca proviamo a inserire l'aggettivo ""urbano"" di solito spuntano il cognome di un cantante country marito di una famosa attrice, o una linea di abbigliamento. Anche quelle cose sono la dimostrazione che, in un modo o nell'altro, la nostra vita ormai si sviluppa dentro a qualcosa chiamato città. Proviamo a raccontarla "

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