Sabato, 24 Luglio 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

L'auto senza pilota e la carrozza senza cavalli

Immagine da The Horseless Age, 1895

Verso metà mattina, la signora elegante dell'800 saliva sul calesse dietro al servitore che governava i due cavalli, poi al centro mercato il medesimo servitore tirava un carretto un po' più piccolo da un bancone all'altro, caricandolo via via con la spesa, che poi recuperato il calesse si riportava a casa, se non c'erano altre commissioni. Questa cretinata non l'avete ovviamente mai sentita da nessuno, e per un motivo semplice e ovvio: nessuna signora pur proprietaria di calessi e con servitori appositi per casa, si sarebbe mai sognata di fare qualcosa del genere, l'avrebbero ricoverata subito in manicomio per stravaganza sospetta, al limite della possessione demoniaca. E del resto oltre alle abitudini non c'erano neppure le strutture, per questo modello di mobilità e spesa: un anormale capatina al supermercato, giro col carrello e ritorno alla base per riempire il frigorifero, è qualcosa che si è piuttosto lentamente evoluto sull'arco di un paio di generazioni abbondanti di automobilismo. Attorno all'automobile, mentre lei cambiava al proprio interno evolvendosi in qualcosa di diversissimo da un calesse senza cavalli, cambiava tutto il mondo, le strade, i ritmi, le case, i servizi, i consumi, la produzione, la società e i suoi comportamenti.

Allo stesso modo non potremmo mai e poi mai immaginarci ragionevolmente certe giornate di un paio di secoli fa, uguali o quasi a come erano realmente, solo mettendo un'automobile al posto della carrozza o del cavallo, è una simulazione stupida e neppure accademica, una pura perdita di tempo. Eppure pare che con l'auto senza pilota, ci siano orde di futurologi dilettanti da quattro soldi intenti a costruirsi scenari del genere, ovvero immaginare un modo in cui tutto, esattamente, fino all'ultimo dettaglio, resta identico, salvo il fatto che al posto di guida dell'auto non c'è nessuno. Mr. Smith si sveglia la mattina nella sua casetta suburbana, si veste, fa colazione con Mrs. Smith e i figli Jane e Tom, poi sale sulla sua driverless car che sta in garage, e si avvia verso il lavoro in ufficio downtown. E dato che non deve badare alla guida, ci pensa il computer raffinatissimo in rete con sensori sparsi per tutto il percorso, non troverà stancante nemmeno un tragitto assai lungo. Conseguenza? Tutti sceglieranno di abitare lontanissimi dall'ufficio, sconvolgendo il mercato immobiliare sinora molto condizionato dai tempi pendolari.

Almeno, questo secondo una «vulgata» ahimè piuttosto diffusa, e che nell'ultima settimana è sbarcata in pompa magna sulle pagine della rivista economica Bloomberg, dove si riportano i timori degli operatori. L'effetto cartoni animati dei Jetsons, insomma, dove la vita salvo un paio di astronavi è inchiodata al modello del suburbio americano novecentesco da cartolina (inclusi i piazzisti porta a porta in giro a cercare casalinghe spaziali gonze annoiate da circuire) colpisce ancora. È realistico, almeno in parte, uno scenario del genere? Non più di quanto lo fosse quello della signora ottocentesca nella sua uscita con la «carrozza a cavalli» verso il «mercato non super». Perché i nostri sedicenti studiosi hanno confuso il loro pur legittimo laboratorio mentale con la realtà, pensando a un solo aspetto del rapporto tra previsioni immobiliari e pendolarismo, quello che si riassume rozzamente nello slogan «Drive Till You Qualify». Che tradotto liberamente vuol dire cercare in modo soggettivo il miglior equilibrio tra le proprie possibilità di spostamento e i propri gusti abitativi: guido un po' di meno e magari troverò un po' meno spazio al medesimo prezzo, e così via.

Ma anche solo restando a quell'unica soggettiva variante, siamo sicuri che per esempio valga così meccanicamente quella regola, secondo cui man mano mi allontano dai posti di lavoro migliora il rapporto prezzo/qualità della casa? Ed è un regola così generale che il mercato poi risponda solo o prevalentemente a quei criteri? Per esempio, la generazione dei Millennials ha recentemente dimostrato che no, non è proprio quella la regola, i giovani (molti di loro, moltissimi) non sono disposti a spendere tempo e denaro per il solo gusto di avere più camere, più giardino privato, e magari dover poi spendere una montagna di soldi in benzina, olio, assicurazione dell'auto e altre spese fisse. E poi siamo sicuri che l'organizzazione familiare, quella del lavoro, le novità indotte dalle telecomunicazioni, dal commercio online, da sviluppi sinora ai primi passi come la stampa 3D o simili, non buttino nel dimenticatoio insieme alla carrozza senza cavalli ottocentesca, anche l'idea stessa di «pendolarismo suburbano del capofamiglia maschio verso l'ufficio», così come la immaginano i nostri svagati studiosi? Molto probabilmente, questi studi assai superficiali hanno un unico, vero obiettivo: avvisare chi di dovere che qualcosa di grosso, di molto grosso sta cambiando, e che tocca prepararsi al terremoto in tempo. Però si potrebbe farlo più seriamente, no? I cartoni animati si guardano per divertimento, non certo per decidere dove investire.

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