Sabato, 31 Ottobre 2020
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

L'auto dei vigili con la finestra rotta

«Philip Zimbardo, docente di psicologia a Stanford, raccontava nel 1969 di alcuni esperimenti. Parcheggiò due automobili decappottabili molto simili prive di targa, una in una strada del Bronx, e una in una via di Palo Alto, California. Quella del Bronx fu attaccata da «vandali» dieci minuti dopo. I primi furono una famiglia al completo – padre, madre, un figlio piccolo – smontando radiatore e batteria. Nel giro di 24 ore la carcassa era stata privata di tutto ciò che poteva avere un valore. Poi cominciò la distruzione casuale ma sistematica: finestrini rotti, pezzi strappati, sedili sfondati. I bambini la usavano come giocattolo. Gran parte dei «vandali» adulti erano persone piuttosto ben vestite, bianchi. La decapottabile parcheggiata a Palo Alto rimase lì senza essere neppure sfiorata per una settimana. Dopo la quale intervenì il professor Zimbardo stesso, rompendo qui e là con una mazza. E immediatamente I passanti iniziarono a seguirne l’esempio: nel giro di poche ore l’auto era stata ribaltata e semidistrutta. Di nuovo i «vandali» erano principalmente bianchi con l’aria di persone rispettabili. Qualunque cosa non presidiata diventa facile preda di chiunque abbia o voglia di divertirsi, o di rubacchiare, anche di chi in genere non si sognerebbe neppure di pensarle, queste azioni, e si considera persona irreprensibile».

Inizio con questa lunghissima citazione il mio pezzo per vari concomitanti motivi. Uno, di ordine diciamo così filologico, è che viene da George L. Kelling e James Q. Wilson, «Broken Windows. The police and neighborhood safety» (The Atlantic, 1982), considerato a torto o a ragione una specie di Bibbia dell'ordine e sicurezza urbana, ispiratore delle cosiddette politiche di tolleranza zero e gentrificazione-speculazione negli ex quartieri popolari poveri. Altri motivi ruotano invece attorno all'oggetto centrale, ovvero l'automobile i cui finestrini vengono spaccati, da cui il nome: Teoria della Finestra Rotta, che è in realtà un finestrino e non l'affaccio di un degradato tinello di case popolari come credono quasi tutti. La stessa automobile che volente o nolente stava al centro della qualità e abitabilità dei quartieri, e della qualità ed efficacia del controllo su comportamenti antisociali o veri e propri reati penalmente perseguibili. Quando nascevano quelle variegate strumentali parecchio contraddittorie teorie di finestrini rotti e tolleranze zero, la questione centrale era: se voglio garantire sicurezza controllo ed eventuale repressione, in una situazione in cui ho meno forze dell'ordine disponibili per tagli di bilancio, è meglio farlo in automobile o a piedi? La risposta scientifica non dava adito a dubbi: meglio farlo a piedi perché si percepiva la città esattamente come fanno gli abitanti, anziché osservare tutto dalla telecamera lontana del finestrino, sull'auto che pure consentiva apparentemente di allargare il campo a un raggio superiore. Ma come si sa i negazionisti scientifici sono sempre in agguato, più o meno espliciti.

Il primo negazionismo, più o meno immediato, consistette nell'eliminare la domanda, saltando a piè pari l'alternativa: si spostarono più soldi sui bilanci della Polizia – sottraendoli ad altri servizi essenziali - e si misero comodamente più uomini su più auto. Cosa che soddisfava anche certe idee autoritarie di ordine imposto dall'alto, anche se quell'alto era solo un abitacolo di lamiera, distinto però dalla strada. Un concetto spontaneo, che mi è tornato in mente notando spesso quante volte l'automobile di pattuglia della vigilanza si spinge ben oltre il ragionevole tra percorsi non asfaltati nei parchi, a rischio di impantanarsi, o su strettissime ciclabili dove impedire il passaggio a tutti gli altri o incastrarsi irreparabilmente in una strettoia paiono un finale inevitabile. Eppure succede, succede di continuo: i nostri tutori dell'ordine non solo si sentono più comodi asciutti e protetti dentro la loro auto civetta, ma spontaneamente pensano che funga da corazza psicologica, gli conferisca più autorità di quella del «poliziotto di quartiere» mescolato agli abitanti, che prende il caffè con loro, che anche gerarchicamente e socialmente si sente uno di loro, salvo quella funzione di servizio civile per l'ordine pubblico e la convivenza. A Milano poco tempo fa una assai discutibile delibera assessorile, evidentemente ignara di ogni teoria o pratica, concedeva di spostare le pattuglie in bicicletta su quattro ruote motorizzate. Oggi, nella scia di varie stravaganze post-pandemia, qualcuno ha inopinatamente fatto la pensata della Polizia Urbana in Monopattino: molto trendy, molto fichissimo, ma a che idea di sicurezza pattuglie ordine e città corrisponde? Sono certo che al massimo il grande decisore qui potrebbe offendersi, prendersela con me, o reagire addirittura con male parole. E sbaglierebbe, perché sto ponendo una questione seria, e sinora irrisolta, di ordine democratico, davvero senza esagerare. E che va oltre le mode filo o anti automobilistiche, coi finestrini rotti o aggiustati che siano.

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Riferimenti: Teorie della Finestra Rotta e Sicurezza Urbana Percepita

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