Città conquistatrice

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La dialettica identitaria nel mercato della mobilità

Foto di Fabrizio Bottini

Ogni tanto la moda del cosiddetto vintage ci ripropone modesti filmetti di quasi mezzo secolo fa, di quelli con le bande di ragazzini rivali nel quartiere. C'è tutta un'epica e una sociologia dietro al fenomeno, che ha naturalmente infiniti risvolti, dal successo globale di West Side Story a quel nostrano fenomeno meteora, ma poi diventato di culto, della canzonetta «Uno dei Mods» che negli anni '60 faceva da colonna sonora al sorgere della prima generazione di consumatori adolescenti. Perché di questo in sostanza si tratta, almeno ai fini della tesi che vorrei sviluppare qui, ovvero gli aspetti identitari dei segmenti di mercato nell'organizzazione degli spazi e flussi urbani. Oggi nel mondo si discute tantissimo dei Millenials, e di come le loro preferenze, a loro volta articolate in sotto fasce di giovani Millennial e un po' più vecchi Millennial, influenzino i mercati della casa, dei mezzi di trasporto, dell'elettronica di consumo, e più in generale dell'ambiente e società che contribuiscono a costruire.

Sono in molti per esempio ad aver studiato questi gusti e preferenze in rapporto alla sostenibilità ambientale, anche planetaria, quella connessa al cambiamento climatico o ai consumi energetici: preferire la socialità di strada, abbinata alla comunicazione smartphone, agli spostamenti in auto verso luoghi remoti, significa meno scarichi, ad esempio. E amare l'adolescenza prolungata anche nei gusti residenziali, con quelle specie di studentati che sono i moderni quartieri residenziali rivolti ai giovani professionisti in genere single, vuol dire favorire esattamente gli ambienti urbani a basso impatto ambientale su suolo, acqua, energia, che tanti studi indicano come la vera risposta a tanti problemi. E cosa sono, in fondo, questi Millennials, da un certo punto di vista non statistico né politico né sociale, se non l'ennesima versione dei Mods, dei Vespisti e Lambrettisti, dei Paninari o Preppies che via via dalla metà del '900 in poi si allineano come modelli di consumo? Nel senso ristretto ma pervasivo di chi opera sul mercato per motivi di profitto, naturalmente.

Oggi sembra delinearsi qualcosa di simile alle classiche «guerre tra bande giovanili» del passato, nel campo della mobilità urbana, specie da quando sono entrate in gara le varie imprese private nell'ambito della condivisione a spartirsi la torta del mercato. Sembra infatti che, più di giocare aspetti come il prezzo, la localizzazione, la comodità, gli operatori del sharing paiano puntare sull'identità specifica delle fasce di consumatori. Hanno iniziato quelli delle automobili, chi orientandosi alla famiglia, chi proponendosi come attento all'ambiente e ai comportamenti innovativi, chi altri (cosa quantomeno curiosa in un servizio, e non in un prodotto venduto) sul prestigio di ostentare qualcosa di vagamente lussuoso ed esclusivo, come una cilindrata medio grande. Buoni ultimi ma non certo in ordine di importanza, il servizi di «bike sharing free floating» che a Milano sono entrati in campo questo autunno con due marchi e app di origine cinese presenti in tutto il mondo: MoBike e Ofo. La prima ha attivato la propria rete a inizio settembre, la seconda un po' più tardi, e parevano in sostanza operare sul medesimo tipo di clientela, con offerte del tutto comparabili, ma non si era probabilmente pensato ai segmenti identitari, spontanei o manovrati che dir si voglia. Il marchio Ofo ha infatti pensato di promuoversi offrendo per un lungo periodo le proprie biciclette a titolo gratuito, col risultato di consolidare in un modo o nell'altro due gruppi abbastanza distinti: il regolare e l'irregolare. I primi preferiscono andare sul sicuro, scelgono MoBike anche se si deve pagare e registrarsi con la carta di credito, i secondi saltando in sella a Ofo gratuitamente apprezzano libertà e improvvisazione. Ormai, anche se tariffe e modalità dovessero andare a coincidere quasi perfettamente, le due «bande» di neo-Vespisti e neo-Lambrettisti si sono formate. E aspettiamo le prossime.

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" Quando su un motore di ricerca proviamo a inserire l'aggettivo ""urbano"" di solito spuntano il cognome di un cantante country marito di una famosa attrice, o una linea di abbigliamento. Anche quelle cose sono la dimostrazione che, in un modo o nell'altro, la nostra vita ormai si sviluppa dentro a qualcosa chiamato città. Proviamo a raccontarla "

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