Città conquistatrice

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Chi beve l'aperitivo sul Naviglio sta lavorando!

Foto Fabrizio Bottini

Il Sindaco di Milano, Beppe Sala, che in una delle sue puntuali video clip quotidiane tuona MILANO DEVE LAVORARE sta facendo un ottimo servizio alla sua opposizione in consiglio comunale, e non si capisce se lo faccia deliberatamente per spirito bipartisan emergenziale, o confuso dallo stress anche comprensibile, di fare il primo cittadino responsabile, in una metropoli che dalla totale irresponsabilità pare assediata. Ma prendiamolo in parola il pur stressato Sindaco (che poi ben consigliato abbasserà prontamente i toni) e chiediamoci però quale LAVORO dovrebbe svolgere quella città, in che modo, in quali spazi, con che soggetti e organizzazione. E forse capiremo meglio il senso della provocazione visiva, di quelle riprese col teleobiettivo che schiacciando all'inverosimile la folla facevano apparire di massa trasgressioni alle regole sanitarie molto più personali, individuabili, diluite. Restando a quella storica sponda di canale, il lavoro non consiste certo nel rovesciamento di liquidi a vario contenuto alcolico dentro abbeveratoi per umani, bensì nella gestione dei medesimi liquidi dall'acquisto tramite fornitore, allo stivaggio, organizzazione della vendita, e dentro e fuori lo spazio privato del locale (ma ben oltre l'ingresso o la striscia di tavolini detta in italico francofono «dehor»).

Naturalmente del lavoro fanno parte anche coloro che ne fruiscono pagando e muovendosi nel contesto per il proprio consumo, con un ruolo però molto subordinato e diciamo pure «innocente» finché prevale la responsabilità degli esercenti nel determinare spazi e comportamenti. Il consumatore di bevande e di città inizia ad essere davvero attivo e responsabile al 100% quando esce dallo spazio di influenza dell'attività commerciale nel suo insieme. Ora: cosa esattamente non ha funzionato in tutto quel particolare processo lavorativo urbano che chiamiamo aperitivo? Ciò che invece è parso funzionare magnificamente in tanti supermercati, e in momenti forse più drammatici ed emergenziali come quelli del picco di mortalità da Covid-19, ovvero la gestione materiale dello spazio urbano di pertinenza e dei comportamenti che vi si svolgono, strettissimamente connessi a ciò che avviene dentro lo spazio commerciale vero e proprio. Per consentire distanze minime di sicurezza dentro i negozi si sono dovuti contingentare gli ingressi, formando lunghe file di attesa che non solo facevano un uso improprio di alcuni contesti urbani, ma rischiavano di replicare il medesimo problema di contagio che si stava gestendo altrove. Quindi lavorare correttamente ha significato gestire quei comportamenti dentro quegli spazi, mandando propri incaricati a informare, dirigere il traffico, a volte introducendo modifiche fisiche, barriere, transenne, o immateriali come il tagliando di prenotazione della spesa elettronico, che consente di uscire di casa e arrivare al negozio nei tempi utili. Una specie di autogestito «piano regolatore dello spazio-tempo», che spalma consumatori sulla città anziché concentrarli là dove non è sicuro.

Nulla di simile è stato fatto nello SPAZIO DI LAVORO delle sponde del Naviglio, perlomeno con adeguati e visibili effetti, che forse avrebbero fatto spostare la polemica altrove, per esempio dove non esiste nessuna altra responsabilità se non di utenti e controllori per antonomasia, ovvero le forze dell'ordine: parchi e spazi pubblici dove il lavoro di quasi tutti è in pausa. Ma la città stessa prosegue nel suo metabolismo, e capirlo oltre le segregazioni funzionali aiuterebbe a migliorarne la prestazionalità. Gli esercenti a differenza delle catene di distribuzione non hanno informato le proprie file esterne delle modalità di comportamento corrette, non le hanno gestite, così come gli stessi utenti non pare sappiano gestire efficacemente prati, piste ciclabili (tutte un pericoloso collo di bottiglia a rischio costante di assembramenti e contatti pericolosi), isole di panchine, e poi portici, banali strisce di marciapiede mal progettate e peggio gestite … Milano deve lavorare: mettiamola in grado di farlo, di ricominciare a farlo, in ragionevole sicurezza. Per esempio usando a quello scopo in modo congiunto discipline spaziali, organizzative, sociali, che sappiano quel che fanno modificando i comportamenti nel contesto urbano, fuori dagli ingegnerismi applicati agli essere umani di certa medicina ignara del mondo che sta fuori corsia. E di chi le dà troppo retta senza pensarci.

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La Città Conquistatrice – Salute

Città conquistatrice

" Quando su un motore di ricerca proviamo a inserire l'aggettivo ""urbano"" di solito spuntano il cognome di un cantante country marito di una famosa attrice, o una linea di abbigliamento. Anche quelle cose sono la dimostrazione che, in un modo o nell'altro, la nostra vita ormai si sviluppa dentro a qualcosa chiamato città. Proviamo a raccontarla "

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Commenti (1)

  • Si può lavorare bene o anche lavorare male, la differenza è lì...

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