Venerdì, 30 Luglio 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Chi predica bene pedala male

Qualche giorno fa mi sono ritrovato comprimario di una classica miserabile scenetta urbana: la predica sulle regole, la convivenza,
magari pure la giustizia o la democrazia, chissà
. Particolare curioso, così a colpo d'occhio, la location e il look dei protagonisti. Lo
sfondo era una via abbastanza trafficata nell'ora di punta serale, con una coda medio lunga di auto ferme dietro a quella del predicatore che iniziavano a strombazzare impazienti. I protagonisti centrali, e qui il particolare potrebbe apparire davvero curioso: un monello
ultrasessantenne e canuto, in bilico su una bicicletta in mezzo a un incrocio, e un saggio predicante dal finestrino dall'auto, altrettanto
ferma e che formava quella coda, di età apparente fra i trenta e in trentacinque.

Tono pedagogico, quello del predicatore, che scandiva le parole, perfettamente padrone del tema e probabilmente molto avvezzo a ispirati sermoni del genere: "Ehi tu, ma lo sai che bisogna scendere dalla bicicletta per attraversare? Eh?". Il sottoscritto canuto monello, pochi istanti prima si era fermato in attesa all'incrocio della pista ciclabile davanti al fiume di auto in movimento, solo per vedere quella prima vettura inchiodare di colpo per lasciare strada.

Ma dopo un paio di metri ero stato bloccato da un sarcastico colpetto di clacson, per quanto possa essere sarcastica una trombetta
elettrica, «Ehi tu ...». Quello si era fermato di botto giusto per dar sfogo alla sua frustrazione da automobilista, defraudato da questa gioventù fuori tempo, che sfida le regole di convivenza facendo cose fricchettone tipo non scendere dalla bici per attraversare l'incrocio, quando le regole (che presumo abbia consultato per preparare le sue conferenze volanti) stabiliscono chiaramente di scendere dal mezzo, camminare sino all'altro lato, e poi risalire. Certo non sapeva né gli interessava sapere, al predicatore trentenne puntiglioso, che quella
stessa pista ciclabile era tecnicamente progettata in modo da attraversare più o meno in modo simile una mezza dozzina di incroci,
sull'arco di poche decine di metri, essendo la zona uno di quei quartieri commerciali fatti di rotatorie e corsie fra scatoloni a pareti cieche. Il suo predicozzo faceva, poi, il paio con le strombazzate dei suoi colleghi piloti quando il ciclista osa percorrere un tratto di via "contromano", specie se e dove la griglia stradale e i sensi unici gli imporrebbero di fare lunghissimi giri (distanze che a volte raddoppiano o triplicano, complessivamente) per raggiungere la sua meta. Oppure, il monello pedalante, viene bloccato da certi vigili urbani autonominati ad honorem sul marciapiede, mentre ne percorre pur cautamente e a passo d'uomo qualche metro, e bruscamente informato della sua natura di veicolo, e del dovere civico di starsene là dove devono stare i veicoli, e cioè sulla carreggiata. È la legge, baby!

In un'epoca in cui buona parte della pubblicistica di massa sulla mobilità ciclabile pare occuparsi d'altro, dai tracciati turistico-sportivi di centinaia di chilometri alle piste dedicate in stile autostradale anni '50, forse sarebbe davvero il caso di tornare seriamente su questi aspetti delle regole condivise, sia per una riflessione sul loro senso, sia per auspicare che la politica provi a fare il proprio mestiere, rilevando una evoluzione sociale e accompagnandola propositivamente.

Le scenette urbane abbozzate sopra si ripetono con poche varianti migliaia e migliaia di volte ogni giorno, a ogni incrocio a rotatoria o meno, strettoia, tratto di marciapiede, semaforo, e pare davvero surreale pensare che nella maggioranza dei casi si tratti di scapestrati trasgressori dell'ordine pubblico, che si meritano sanzioni di vario tipo, compreso il predicozzo volante dal volante. La questione vera, è che sia certi codici di comportamento, sia gli spazi dentro cui i comportamenti reali si sviluppano, sono il frutto di un intero secolo in cui il veicolo privato a motore si è costruito attorno un territorio su
misura, a cui il resto della mobilità (e delle attività) si deve adattare, accettando compromessi al ribasso. Ragionando un po' da autori di fantascienza, vengono anche i brividi a pensare che, seguendo la medesima logica perversa, le «driverless car» oggi si stanno sviluppando per i medesimi spazi e filosofie di regole e comportamenti, tutti a dittatoriale orientamento automobilistico. La soluzione non è certo quella cara a tante associazioni o interessi particolari, di costruire reti dedicate e impenetrabili, un circuito per le auto, uno per i pedoni, un altro per le biciclette, a loro volta articolati in percorsi veloci o lenti. La soluzione, indicativamente, è quella di concepire spazi e regole davvero condivise, ed equilibrate. 

Su La Città Conquistatrice gli articoli dedicati alle Piste Ciclabili provano sempre a osservare la questione in questa prospettiva
condivisa 

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