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Giovedì, 20 Gennaio 2022
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La città dei quindici minuti non è il quartiere autosufficiente

Come spesso capita su questa paginetta di modeste note urbane, per spiegare alcune cose molto contingenti dalla contingenza è indispensabile uscire e guardarsi dal di fuori. Dall'alto e dal prima. Succede anche con la Città dei Quindici Minuti che ormai imperversa, specie a vanvera ma con clamoroso fragore. Mi capita solo nell'ultimo paio di giorni di vederla citare alla lettera prima su uno striscione pubblicitario affisso a un cavalcavia, poi su un post social sponsorizzato. Nel primo caso la narrazione è decisamente commerciale e popolare, salvo qualche minimale mutazione di linguaggio appartiene alla classicissima famiglia della "Tua Casa Immersa Nel Verde A Quindici Minuti Dal Centro Rivolgersi In Loco". Salvo che nel caso specifico non si pubblicizzano abitazioni ma i negozi di un centro commerciale da "abitare" solo nel breve intervallo della esperienza di shopping. Nel secondo caso il linguaggio è decisamente innovativo, circostanziatamente post-pandemico, quasi ecologista almeno nei toni, e si propone di descrivere nello spirito e in alcuni dettagli proprio il senso urbano-sociale della Città dei Quindici Minuti. Peccato che finisca per descrivere ben altro. Dato che questo secondo messaggio è di fatto una versione ideologica più raffinata di quello precedente ma coi medesimi scopi di distorsione terminologica forse è meglio concentrarsi qui in quello sguardo fuori contingenza, dall'alto e da prima, che citavamo in partenza.

Parte, il post, fornendo quella che alla lettera secondo i promotori sarebbe l'interpretazione corretta della Città dei Quindici Minuti: un nucleo abitativo e di servizi essenziali fruibile in un raggio-tempo di quindici minuti a piedi o in bicicletta. Con tutta l'elasticità del caso (cosa significhi abitare, cosa significhi servizio essenziale) pare ovvio che i nostri sponsorizzati credano di rivelarci la scoperta dell'acqua calda, del cosiddetto quartiere autosufficiente o unità di vicinato novecentesco. Quello delle sognanti prospettive, razionaliste o da suburbio giardino, che dalle scuole di architettura tra le due guerre alla ricostruzione europea o allo Urban Renewal americano ha popolato tavoli da disegno e mostre, concretandosi poi in quelle che oggi si chiamano le «periferie disagiate». Appunto. Lo sappiamo per esperienza diretta, o indirettamente mediata dalla politica, dalle ricerche, dalla comunicazione, che gran parte di quei disegni raffigurava quanto oggi classifichiamo (tutti, quasi tutti) periferia disagiata, su cui curiosamente si esercitano non da oggi le fantasie dei medesimi architetti discendenti di coloro che quei disegni li concepivano, e che provano a spiegarci: hanno sbagliato il taglio degli appartamenti, non si è costruito proprio come c'era disegnato, mancava questo dettaglio o quell'altro. Senza a mio parere cogliere il punto: le realizzazioni in realtà sono identiche ai disegni, che però non coglievano il punto essenziale, non-disegnabile, degli obiettivi di quei progetti. Che erano quartieri per nulla "autosufficienti" ma perfettamente segregati e già attrezzati di ogni disagio concepibile pronto a scatenarsi.

Che infatti si è scatenato non appena sono venuti meno alcuni presupposti poco considerati. Prendiamone solo due, che in realtà sarebbero al centro di una vera Città dei Quindici Minuti, se la vogliamo diversa da quelle Periferie Disagiate Pianificate: la formazione del reddito e la comunicazione col mondo extra-segregato. Il cosiddetto quartiere autosufficiente non è affatto autosufficiente in un sacco di funzioni essenziali, per coprire le quali si è in sostanza delegato tutto ai trasporti, alla formazione del reddito esterna al quartiere, alle comunicazioni immateriali, alla presunzione di sapere quali fossero davvero i bisogni essenziali delle persone. Tutto questo si è rivelato storicamente velleitario: le automobili (e i soldi per comprarsele) non cascano gratis dal cielo e non evaporano quando non servono più allo scopo. Le relazioni anche conflittuali con soggetti diversi da quelli della «comunità integrata» di quei quartieri «ideali» non si possono sviluppare né per telefono, né da pendolari meccanici, né in altre forme che in quelle dirette. La stessa relazione economica e di formazione del reddito non è riducibile alla transumanza operaia-impiegatizia «straphanger» acriticamente scopiazzata dalle inquadrature di Metropolis di Fritz Lang, forse sulla base del fatto che sia il regista che gli architetti progettisti discendevano dalle avanguardie storiche. Su quello, chi dà forma concreta alla mitica (davvero oggi altro non è che un mito) Città dei Quindici Minuti, dovrebbe riflettere assai seriamente. Invece, appunto, di inventarsi nel terzo millennio l'acqua calda del quartierino per famiglie con botteghe e scuola dell'obbligo e ambulatorio che appariva un sogno cent'anni fa.

Riferimenti: Enel: 15 Minute City Index 

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