Lunedì, 15 Luglio 2024
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La bufala della città infinita

Qualche anno fa, un gruppetto di persone con sensibilità ambientale sotto zero, ma un certo fiuto per gli affari e il business as usual, si è inventato una specie di slogan pubblicitario a doppio taglio: la città infinita. L'ha fatto prima di tutto perché bellamente ignorava altre definizioni più scientificamente adeguate della stessa cosa, e non gli fregava nulla di conoscerle, quelle definizioni a suo parere astruse e fumose, tipo regione urbana, o dispersione insediativa, e men che mai il detestato termine internazionale sprawl, quello che è stato stigmatizzato anche da allarmati documenti dell'Unione Europea. Il loro obiettivo non era certo di conoscenza, ma di pressione sull'opinione pubblica, per fare una cosa particolare, ovvero asfaltare e cementificare ciò che era già fin troppo asfaltato e cementificato.

Quel termine, città infinita, serviva magnificamente allo scopo, perché evocava spontaneamente sia l'idea di uno spazio artificializzato, saturato, pieno di attività umane e quindi pronto per essere oggetto di altre trasformazioni, e al tempo stesso l'idea di infinito, la possibilità di trovare sempre una nuova frontiera da conquistare, uno spazio aperto per respirare. Una montagna di balle, nella pianura padana al collasso ambientale da inquinamento e consumo di suolo per usi urbani, ma a loro di queste cosucce da ecologisti non fregava proprio nulla. Il loro obiettivo era ed è il cosiddetto “sviluppo del territorio” fatto di creazione di ricchezza a colpi di metri quadri asfaltati e metri cubi edificati, o anche solo edificabili.

Per lanciare lo slogan farlocco, come nelle migliori campagne pubblicitarie, si organizzò una strategia comunicativa mirata soprattutto all'opinione pubblica di fascia medio alta, e fatta di convegni, mostre, articoli. Spiccava il fatto che quasi tutte le alte opinioni su questa città infinita non venissero da gente che ne  capiva di territorio, ma da osservatori di dinamiche sociali, cantanti, filosofi. Niente di male in sé, ma qualcosa suonava strano. E strano lo era, visto che gira e rigira la città infinita pareva assomigliare troppo a quella pubblicità del pennello grosso per verniciare il muro grosso: siamo in città, e bisogna asfaltare e costruire dappertutto. A partire dalla madre di tutte le infrastrutture, un'autostrada infinita che si allargava a cerchi concentrici a mangiare la poca campagna rimasta tra villette e capannoni.

Poi arrivò il grande evento dedicato all'agricoltura e all'alimentazione, e i nostri dissero: l'autostrada è fondamentale perché il grande tema ecologico e umano possa essere comunicato efficientemente ai popoli, grazie alla città infinita che tutti li accoglie. Altra evidente balla, ma la macchina comunicativa continuava a marciare a pieno ritmo, ormai c'erano delle specie di giovani studiosi cresciuti e formati a considerare la città infinita come un dogma, impossibile da discutere, e gli enormi problemi ambientali che creava un puro segno del destino. Ma un giorno un tizio si svegliòcon una domanda innocente: se dobbiamo nutrire il >pianeta, cosa diavolo gli diamo da mangiare? Asfaltando dappertutto non ci restano i campi da coltivare, e sui tetti dei capannoni al massimo crescono un paio di erbacce dietro le insegne al neon! Apriti cielo, perché quel signore si chiamava Giuliano Pisapia, e sapeva a modo suo farsi sentire. Adesso la lobby della città infinita starà sicuramente preparando la controffensiva mediatica, per rinnovare le cortine fumogene.

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