Giovedì, 29 Luglio 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La città vitello grasso per il figliol prodigo

Foto di Fabrizio Bottini

Qualcuno sta iniziando a redigere dei veri e propri «manuali del figliol prodigo» per le aziende che tornano finalmente a casa, nel caldo nido dei quartieri urbani, dopo il lungo e fortunato volontario esilio nella nuova frontiera territoriale dello sprawl. Accade in sostanza su grande scala e spontaneamente, ciò che a lungo studiosi come il Richard Florida della «classe creativa» osservavano da lustri come tendenza, ovvero che ci si accorge di quanto isolarsi in una torre d'avorio seclusa, alla lunga sia assai controproducente.

Fare ricerca avanzata in un ambiente claustrofobico e soffocante è un controsenso, e addirittura il sacro profitto di impresa (oggi pare si ragioni solo in termini di portafoglio, il resto sono sovrastrutture) finiva per risentirne gravemente. E quindi ecco la migrazione, speculare a quando decenni fa iniziava quella contraria, dai centri congestionati e malsani verso le praterie verdi della terra promessa, sempre più sterminate man mano cresceva la rete tecnologica dei trasporti e delle comunicazioni. Atterravano le astronavi dei nuovi complessi produttivi e direzionali, cattedrali del capitalismo che si trascinavano dietro i sacri posti di lavoro qualificati. Oggi decollano di nuovo per fare il percorso inverso, ma la situazione sarebbe cambiata, anche se non si vuole riconoscerlo ufficialmente.

Il primo aspetto sono proprio quei «manuali del figliol prodigo» citati in partenza: cosa deve fare, oggi, una grande azienda che torna all'ovile metropolitano? In fondo, anche se con cauti giri di parole e impiegandoci come d'abitudine un intero libro, è lo stesso Richard Florida nel suo The New Urban Crisis (Basic Books, 2017) ad auspicare che che si cambi metodo rispetto a quello del salvatore dalla patria che arriva a migliorare la vita per tutti e deve essere accolto facendogli ponti d'oro fiscali, urbanistici, regolamentari. Ovvero imitando le amministrazioni suburbane del passato e del presente, quando di fronte alla prospettiva dell'insediamento di una importante azienda, per esempio tecnologica, alzavano automaticamente l'asticella della tolleranza, cambiando piani regolatori, o facendosi direttamente agenti della propaganda aziendale. Oggi le città, anche nella prospettiva di una seria riqualificazione dei quartieri, devono evitare che si inneschino quei perniciosi e già verificati processi di gentrificazione, espulsione di intere fasce sociali, mutazione genetica nella composizione demografica e culturale degli abitanti di interi distretti. E non è finita qui.

Non è finita, perché, esattamente come un tempo quando le imprese «decollando dalle città» si lasciavano alle spalle la terra bruciata delle dismissioni e del degrado, oggi si pone diversamente il problema dei vuoti suburbani, che non sono neppure vuoti nel vero senso del termine. Il processo, già in parte evidenziato da alcuni studi sull'impoverimento delle fasce esterne, è quello della sostituzione parziale, economica e sociale, di tutto ciò che è arretrato e residuale, a ciò che era avanzato e ricco. I quartieri della borghesia che decadono o semplicemente invecchiano senza ricambio, i complessi produttivi o direzionali attorno agli svincoli che si popolano (parzialmente, lasciando vuoti) di attività di basso o bassissimo profilo, dal destino quantomeno precario e di breve termine; i centri commerciali che vedono sostituirsi al grande magazzino di semi-lusso qualche catena low cost, al bar per le signore eleganti qualche studio dentistico o pizzeria per adolescenti. Insomma, il nucleo centrale diventa esclusivo, si blinda, si fortifica, mentre fuori da lì c'è una specie di disperata discarica, pronta a produrre rancore. Di cui, non ultimo sintomo, sono quei flussi elettorali che premiano fascismi e populismi, non dimentichiamolo.

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