Martedì, 19 Ottobre 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Cittadinanza attiva o lavoro gratuito?

Spesso leggiamo o ascoltiamo a proposito di frustranti esperienze di stage formativi a titolo gratuito o addirittura oneroso per i frequentanti, che si rivelano in realtà prestazioni di lavoro non retribuite, né monetariamente né in altro modo, acquisendo competenze o crediti riciclabili altrove. La produzione materiale della città e delle sue trasformazioni però è un esempio macroscopico di questo sfruttamento indebito di manodopera gratuita, che pare oggi addirittura sancito dalle istituzioni. Ne parla Luca Beltrami Gadola sulle pagine di Arcipelago Milano, stigmatizzando la «call ad architetti e ingegneri per raccogliere idee per la sistemazione di spazi pubblici, piazze, aree di interscambio, e tutte quelle che sarebbero da rivitalizzare inserendovi grandi funzioni urbane e edifici dismessi». Che oltre ad essere legittimo marketing politico, parrebbe soprattutto «operazione cinica di sfruttamento di professionisti», invitati a contribuire alla trasformazione della città, spremendosi le meningi gratis invece di farlo per un giusto compenso. Prospettiva di osservazione in buona parte condivisibile, questa della critica di Beltrami Gadola, ma credo ci sia di più e di peggio, in questa e tante altre letture istituzionali della parolina magica «partecipazione».

In sostanza è da quando esiste questa idea della partecipazione attiva dei cittadini alle trasformazioni urbane (ovvero dal primissimo '900 e con un gran balzo in avanti nella seconda metà del secolo) che si verifica un equivoco. Ovvero: in che modo debba esprimersi, questa partecipazione, quale prospettiva e idea di città sono meglio qualificati a produrre, i cittadini. Se leggiamo il primissimo manuale del genere, quel Municipal Economy pubblicato a Chicago nel 1911 come sussidiario per le scuole e riedito fino a tutti gli anni '20, emergono due linee di azione partecipativa distinte dalla solita delega democratica: quella di contemplazione e quella di lettura/espressione di bisogni. Il cittadino cioè da un lato si interessa degli aspetti puramente estetici delle trasformazioni urbane, si informa, magari addirittura si «forma tecnicamente», giudica i progetti altrui, ne abbozza di propri ipotetici, cioè si improvvisa architetto, un po' per gioco, un po' sul serio. Ma poi come spiega benissimo quel manuale/sussidiario c'è la vera sostanza sociale, intellettuale, etica, da «economia domestica allargata» della partecipazione urbana. Che pur senza rinunciare a quel gioco da piccolo architetto, per così dire prolunga il controllo del cittadino sulle decisioni collettive, esprimendo in forma sistematica giudizi di carattere generale, bisogni, sintomi di disagio.

Del resto se pensiamo a qualunque altro ambito, è proprio questo che ci si aspetta da un cittadino serio e partecipe: in campo sanitario apparirebbe folle a chiunque se ci fosse un bando pubblico sulla somministrazione di terapie, o l'organizzazione della sala operatoria. Mentre qualunque politica seria tiene in massimo conto invece i giudizi dei pazienti sul sistema della salute, la prevenzione, gli ambulatori e via dicendo. O ancora nei trasporti è fin quasi banale l'enorme valore delle critiche degli utenti sui mezzi per pendolari, gli ingorghi del traffico, i parcheggi, l'inquinamento dei veicoli a combustione: ma a nessuno verrebbe mai in mente di chiedere progetti di svincoli, locomotori o reti di sensori smart city ai comitati di quartiere o ai singoli abitanti. Questa di chiedere a dilettanti allo sbaraglio di elaborare progetti, o a professionisti del settore di lavorare gratis per un committente immaginario surreale rappresentato dal «sé stessi cittadini attivi», è una distorsione evidente, degli intenti originari della partecipazione in urbanistica. Certo esprimere una opinione, un bisogno, dargli anche forma compiuta estetica (la fila di panchine in ferro battuto al parco) completa e integra la partecipazione vera e autentica dei cittadini, ma non la esaurisce. Chiunque creda davvero in buona fede che questi giochetti di animazione da villaggio turistico, propinati in dosi massicce nelle nostre città, possano essere chiamati «partecipazione attiva alle politiche urbane», ha un'idea al tempo stesso sciocca e sottilmente autoritaria del proprio ruolo. Farebbe molto meglio a rifletterci.

Vedi anche: Luca Beltrami Gadola, La maestra entrò e disse: «Disegnate una casa», Arcipelago Milano

Altro sul tema della Partecipazione in Urbanistica su La Città Conquistatrice

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