Venerdì, 22 Ottobre 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Diritti e doveri del City User terzo millennio

Quando un immigrato da paesi lontani balbetta goffamente due o tre parole nel dialetto locale di una comunità chiusa e identitaria suscita in genere sensazioni di accoglienza e assimilazione. Quella sorta di caricatura del comportamento spontaneo di chi lo circonda basta a rassicurare gli altri sulle sue intenzioni di impegnarsi a diventare cittadino a pieno titolo, facendo proprie tutte le regole della comunità e diventando parte integrante di essa. La cosa in sostanza pare funzionare abbastanza bene appunto là dove ancora esistono (oggettivamente o soggettivamente non conta molto) queste comunità identitarie, che vedono come unico percorso di inserimento appunto quello della assimilazione, reale o tendenziale che sia. Ma le prospettive cambiano radicalmente se parliamo ad esempio di quella gamma infinita di percorsi e obiettivi riassunti nel termine generico di «city users», che ha fatto parecchia strada rispetto ai pochi soggetti e problemi individuati dalla sociologia verso gli anni '80 del secolo scorso. Anche scorrendo un lavoro scientifico assai avanzato come quello riassunto dal nostro Guido Martinotti nel suo seminale Metropoli – La nuova morfologia sociale della città (Il Mulino 1993) che riprende saggi di parecchio precedenti, se ne individuano relativamente pochi e riconducibili a poche famiglie, di questi soggetti e percorsi: c'è il cittadino tradizionale appartenente a pieno diritto alla comunità, e poi un piccolo gruppo di frequentatori del medesimo sistema socio-spaziale, pendolari o occasionali. Oggi non è più certamente così.

Sia dal punto di vista del rapporto più o meno integrato con spazi e servizi, sia da quello dell'equilibrio diritti, doveri, identità e stili di vita, pare insomma pure impossibile segnare di nuovo un confine tra chi alla città appartiene davvero, e chi invece ne costituisce una sorta di appendice posticcia per quanto viva e interattiva, destinataria al massimo di interfaccia tecnici di integrazione funzionale. È cittadino con diritti e doveri personalizzati il migrante di lungo corso (a sua volta articolato in infinite figure sociali e culturali) a pendolarismo prolungato per lavoro, e quei diritti doveri cambiano nel merito ma non nel metodo se al pendolarismo di breve o lungo corso per lavoro o studio sostituiamo quello delle attività non così facilmente classificabili, dal turismo alle nuove professioni ai servizi spot alle relazioni informali. Articoliamo poi nello spazio-tempo tutte queste mescolate categorie, e capiremo meglio quanto il famoso slogan «la città ai cittadini» rischi di essere a andare bene pura ideologia reazionaria, magari scambiata per democrazia e giustizia. Che grado di cittadinanza assume l'inquilino ad affitto breve delle app? La si può calcolare in base al tempo di permanenza o delle risorse economiche/umane prese e lasciate? Pare un conto della lavanderia del tutto fantascientifico, se non idiota, ma è del tutto legittimo pensarci visto quanto palesemente non funziona continuando nel dualismo residenti anagrafici non-residenti anagrafici.

I primi comprendono anche massicci influssi di popolazioni completamente estranee alle culture (e regole di convivenza) locali, nonché estranee l'una all'altra, e per questi si pone il problema di un percorso di contributo attivo all'evoluzione di nuove regole che li comprendano, certamente diverse da quelle «condivise in loro assenza». Quali percorsi e strumenti usare? Per i secondo non vale più il solo interfaccia tecnico dell'accoglienza fisica, o della mobilità dedicata, o della rete specifica di relazioni sociali ed economiche dentro cui vengono inseriti, dato che la loro rilevanza numerica e articolazione tipologica appare del tutto simile nella enormità relativa ai nuovi residenti anagrafici. La chiave di tutto starebbe in una informazione capillare e interattiva sulle regole essenziali di convivenza, ma queste regole andrebbero innanzitutto fissate perlomeno in prima istanza: anche il «buon senso comune» richiede per essere tale di appartenere a una comunità, e la comunità in senso classico è proprio quella che ci manca, e che probabilmente non possiamo neppure sognarci di ricostruire. Pensarci per tempo, prima che ci esploda tutto sotto il sedere nelle «rivolte contro la gentrification elettronica» o simili, parrebbe davvero doveroso.

Città Conquistatrice – Gentrification

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