Domenica, 18 Aprile 2021
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Il clima, l'albero e il tecnocrate razionalista

Foto Bottini

Le statistiche ci dicono che l'Italia ha molti meno laureati di altri Paesi europei con struttura socioeconomica analoga, ma che da tempo ormai anziché inseguire questa tendenza verso l'alto della qualificazione culturale-professionale pare impegnatissima a fare l'esatto contrario: promuovendo un meccanismo di sottosviluppo in cui si punta decisamente al basso, alla dequalificazione. Quando invece tutto indicherebbe la necessità, anche estrema, di nuove conoscenze scientifiche, tecniche, operative, organizzative, da mettere in campo, ad esempio in campo ambientale, come ci insegnano anche gli ultimi giorni di intollerabile «caldazza». Ho da questo punto di vista una certa fortuna, se possiamo chiamarla così, da testimone privilegiato, essendomi comprato una casa vecchia e mai adeguata, che quando fa caldo diventa pressoché inabitabile, spingendo a preferire comunque altri luoghi per passare la maggior parte della giornata. Le punte estreme delle temperature di questo giugno mi hanno così indotto a girare parecchio per la città, notando una differenza enorme tra due tipi di ambienti, che prima mi era decisamente sfuggita: quello umano e quello veicolare. Non mi riferisco qui alla classica distinzione, più e più volte rimarcata, tra le carreggiate per le auto e i marciapiedi, le ciclabili, tra le piazze e i parcheggi, o neppure tra ciò che è arredato a verde e ciò che non lo è affatto. La differenza è un'altra, vistosa e sfacciata proprio con la insopportabile «caldazza».

Girando la città si notavano luoghi vissuti, popolatissimi, e altri spaventosamente vuoti. Riflettendoci un istante saltava all'occhio quanto i primi non corrispondessero tanto alla solita idea di centro contrapposta alla periferia, ma piuttosto alla città pre-automobilistica rimasta sostanzialmente tale (nonostante la presenza a volte massiccia di inquinanti auto), e quella tutta concepita attorno al flusso veicolare che condiziona da padrone l'organizzazione dello spazio. Luoghi indubitabilmente ben concepiti, ricchi di verde, comodi posti a sedere, dove però non c'era un'anima a pagarla, e altri luoghi apparentemente sgarrupati e improvvisati, dove all'improvviso si concentrava una macedonia sociale varia al punto da diventare folkloristica e bizzarra: dallo stremato rider delle pizze bollito dai chilometri sotto il sole, a qualche versione di Milanese Imbruttito di massa nell'eterno colloquio telefonico o tavola rotonda improvvisata davanti alla fontanella dell'acqua. Tutti coglievano al volo quella differenza, climaticamente assai tangibile, tra luoghi dove l'umano vive, o sopravvive, e altri dove rischia la pelle se non corre in fretta verso qualche apparecchio meccanico, che sia l'aria condizionata dell'auto o la climatizzazione del supermercato in fondo al lago d'asfalto arroventato. Del resto i criteri di progettazione dei luoghi ben impressi anche dentro leggi e norme sono noti.

L'efficienza e salubrità degli aggregati urbani e dei loro angoli pre-automobilistici garantiva gli essere umani in quanto tali, quella di epoca meccanico-razionalista una sua efficienza veicolare, di flusso, la «macchina urbana» dei motori, della climatizzazione artificiale, del far soldi da un lato per spenderli in un altro, lontano tanto quanto costa spostarsi. Quella è la differenza, che chi progetta meccanicamente non coglie affatto, che chi si è formato come esecutore della razionalità della macchina non può neppure immaginare. La capisce chi opera in discipline diverse, da quelle banalmente sanitarie, o ambientali, fino ai vari incroci della progettazione del verde e delle infrastrutture (ben diverso se si hanno obiettivi climatici, sanitari, e non di arredo interposizione meccanica), ma certamente non la collega, o non può collegarla, alla qualità dei luoghi. E qui servirebbero conoscenze teoriche e operative superiori, gente formata a riorganizzare strutture tecniche, specialisti e generalisti, nonché le leggi che orientino i processi: non a riprodurre la città antica scimmiottandone le nostalgie, ma immaginandone una nuova sana e sostenibile quanto serve. E invece restiamo inchiodati ai tecnici della climatizzazione da centro commerciale (facilmente sostituibili con un robot) o a quei geni che progettando qualunque trasformazione stradale ammazzano decine di alberi adulti (insostituibili climaticamente) «tanto ne ripiantiamo centinaia». Come se li prendessimo a schiaffoni ogni mattina senza motivo «tanto poi te ne dimentichi».

La Città Conquistatrice – Cambiamento climatico

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