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Venerdì, 3 Febbraio 2023
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Commercio antiurbano

Parecchi anni fa si iniziava a parlare di «De-mallizzazione». Un termine un po' troppo compiaciutamente gergale che stava a significare le infinite possibili declinazioni assunte dal declino del formato classico di centro commerciale così come pareva fissato per l'eternità da Victor Gruen quando a metà del '900 consegnava al mondo il suo Partenone del consumismo suburbano automobilistico: un impianto ad aria condizionata infilato in un scatola dentro la quale si disponevano in serie e in parallelo dei negozi e fuori dalla quale un parcheggio bacino drenante fungeva da filtro interfaccia agli automobilisti-pedoni e viceversa. Le forme che nel tardo ventesimo secolo iniziava ad assumere il declino di quel formato erano diverse, ma tutte riassumibili in quella che l'intera critica, sia sociologica che economica che urbanistica, chiamavano in un modo o nell'altro de-suburbanizzazione. Ciò che entrava in crisi secondo i critici era proprio l'idea della crescita continua umana sul territorio spostandosi in auto nello stile dei pionieri sui carri coperti così come era avvenuto per secoli, e da cui erano nati i vari scatoloni della fabbrica dell'ufficio dell'ospedale della scuola del mercato decentrati «in aperta campagna». E che di quella campagna soprattutto riassumevano il marxiano semplificato schematico «idiotismo» da cui l'aria della città aveva reso liberi. Tutto era finito secondo i critici e si tornava in città a civilizzarsi.

Una previsione sostanzialmente sbagliata. Almeno nelle intenzioni dei protagonisti. Che come giovani scapestrati in auto frequentatori della movida della città apprezzano soprattutto la natura di bene di consumo effimero. Non sanno che farsene dell'urbanità, delle relazioni di convivenza civile, di tutto ciò che abbiamo imparato a chiamare progresso civiltà cultura. Interessa solo arraffare sfogarsi e fisicamente o virtualmente scappar via. Caratteristico il rientro in città dello shopping mall suburbano, che lo stesso Victor Gruen in qualche misura già proponeva come progetto contemporaneo a metà '900, diverso nei dettagli ma identico nella sostanza antiurbana, in cui commercio e consumi correlati di spazio e risorse si sostituivano alle dinamiche sociali e di convivenza cittadina. Del resto chi è abituato a comandare in regime di monopolio, come i grandi soggetti della distribuzione e immobiliari suburbani, non arriva in città per essere comandato, al massimo finge di sopportare alcuni condizionamenti. Come lo spazio un filo più ristretto dove le automobili faticano a monopolizzare tutto, e i parcheggi o i carrelli si devono adeguare. Ma poco più. Ce lo ha raccontato la britannica Anna Minton una ventina d'anni fa come i Business Improvement District sostituivano alla politica urbana pubblica una sedicente governance partecipata, trasformando però le vie cittadine in navate di un supermercato gestite come tali salvo l'aria condizionata. Ma nel peggio c'è ancora di peggio.

Questo suburbio-campagna che rientra in città, a differenza della città che si decentrava nel suburbio-campagna di un tempo, lo fa in una fase di reazionaria regressione culturale. Quando fumosi ricordi artefatti di un passato contadino naturale spontaneo tradizionale si sovrappongono allo spirito della modernità che aveva ispirato il decentramento. Lo scatolone resta ugualmente ingombrante monopolista autoritario ma si imbelletta di qualche crosta contadineggiante: le scritte non più al neon ma a caratteri corsivi su finto legno illuminate fioche; banchi di vendita non più lucidi metallici specchiati ma stile osteria cerata opaca, ridicoli teli da bancarella rionale che proteggono cassette della frutta piene di accessori elettronici di consumo. Oppure magari vera e propria frutta ma del tutto indistinguibile dalla filiera ultra-industriale e impattante di quella ancora acquistabile nello scatolone big-box residuo campagnolo in mezzo allo svincolo. E fanno parte della medesima patetica ideologia tutti quei finti «Central Park» inventati a tavolino ricoprendo di terriccio il tetto di qualche autosilo sotterraneo e travestendo da capanna del presepe la presa d'aria. Oppure i chioschi di «prodotti tipici del territorio» in realtà importati da un altro pianeta organizzati in villaggi di idioti coi tettucci spioventi e illuminati da finte candele elettriche alimentate da energia di origine fossile clima-alterante. È la campagna finta che invade la città e finirà per obliterarla. Oppure per suscitare una sana auspicabile reazione facendosi assorbire come il migrante zotico che almeno alla seconda generazione comincia a sgrezzarsi un po'. Speriamo bene

La Città Conquistatrice – Commercio Urbano

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