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Giovedì, 27 Gennaio 2022
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Cottage e senso comune

L'hanno rifatto, sempre uguale nel suo manierismo narrativo che pare quasi la compilazione di un modulo prastampato anziché scrittura. Mi riferisco all'ennesimo articolo di cronaca con tragedia che essendosi verificata in una bella casetta unifamiliare, stavolta addirittura decorosamente borghese, sconvolge un «ambiente insospettabile» proprio per via del numero dei piani, dell'arretramento con giardino, di quegli alberi e prati così ben tenuti. E anche quando entrando nel dettagli del fattaccio lo si scopre in qualche modo legato proprio a quel modello di abitazione familiare, a come ci si organizza la vita quotidiana, parecchio fuori da quel minimo di relazione anche visuale con resto del mondo che magari si accorgerebbe di qualcosa che non va, nessun ripensamento: no, era proprio tutto impensabile, insospettabile, le tragedie devono appartenere a ben altro ambiente e sfondo. Molti piani innanzitutto, che sono pronti a diventare per l'occasione dispregiativo «palazzone», o se serve «allucinante falansterio» dove il disastro (naturale, umano, sociale, tecnologico, non importa molto in fondo) è di casa, abita lì per destino. Come nei film americani novecenteschi in bianco e nero, che quando compare un personaggio con la barba scura si devono iniziare a cercare altri indizi, dato che quasi immancabilmente si rivelerà cattivissimo.

La villetta, singola, a schiera, abbinata, da sola o in compagnia anche organizzata per quartieri «I Salici Piangenti» cono senza steccati bianchi, non può contenere alcun male, che al massino ci arriva di importazione e chi poteva prevederlo? Ci aveva provato qui da noi in Italia un po' di anni fa Giorgio Falco col suo L'Ubicazione del Bene, a mettere in forse il dogma etico-immobiliare, ma evidentemente le sue ambientazioni troppo poco ortodosse, diciamo pure realistiche, tra precompressi arredobagno e ritagli di granturco, anziché galleggianti nell'indefinito da ufficio vendite che tutti sappiamo anche costruirci da soli per esempio senza scendere mai dall'auto, non avevano lasciato traccia nel senso comune. E neppure lo aveva fatto a suo tempo, mezzo secolo abbondante fa, tutta la letteratura di critica sociale (Revolutionary Road di Richard Yates per ricordare uno dei primi), come in realtà non ci sia alcuna corrispondenza tra forme edilizie, o marche di auto parcheggiate, e propensione al delitto o comunque alla tragedia. Tutti noi invece a credere alla faziosissima e davvero ideologicamente «common sense» tesi di James Ballard, ostinato tristissimo villettaro, che col suo High Rise ha fissato per sempre la proporzione diretta tra perversione urbano sociale e numero dei piani.

E così il giornalista che scrive di cronaca sa professionalmente di dover partire in tromba con la descrizione dell'idillio di «linde casette» per arrivare puntuale alla svolta fisica della via o logica della narrazione quando ZAC! irrompe l'anomalia del fattaccio. Magari con le interviste ai vicini che mai potevano sospettare, anche loro come James Ballard: perché mai sospettare di chi vive esattamente come te tra pianterreno primo piano e seminterrato con praticello sul fronte e dondolo sul retro? Parevano persone così a modo, anche se magari nessuno ci ha mai scambiato un sillaba, ma certo se parcheggi la macchina di modello recente parallela al cordolo del marciapiede, mica puoi essere cattivo, gli assassini e altri figuri poco raccomandabili, i perversi, si riconoscono subito magari dal vestito, o da certi consumi e comportamenti fuori linea suburbano-familiare. E anche quando si constata infallibilmente che tutto si tiene: quella casetta e famigliola proprio in quanto tali sono stati il brodo di coltura del disastro, lievitato come una pizza per tutto il tempo fino ad esplodere, resta il «ma come potevamo sapere», l'insospettabilità. Aspettando la prossima occasione per compilare quel modulo prestampato che danno ai cronisti. Gli altri, quelli che si fanno delle domande, sono dilettanti senza futuro.

Riferimenti: La Città Conquistatrice – Suburbanizzazione
 

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