Sabato, 17 Aprile 2021
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

L'ambiente urbano come prevenzione e terapia

Ce lo ricordano sempre se necessario vignette e canzonette umoristiche, come esista puntuale senza eccezione un mitico Studio americano a dimostrare qualunque cosa e il suo contrario. Purtroppo un modo popolare di divulgazione dei risultati di ricerche magari serissime nel metodo, che però appena fuori dal proprio contesto (dipartimentale, disciplinare, di filone e ambito di dibattito) paiono contraddire la propria ragione d'essere di avvicinamento al sapere e alla verità. Stavolta il mondo dei mitici studi americani, insieme a tutti gli altri assai sbilanciati da un anno verso pandemia e dintorni, ci ammonisce che «Chi abita in zone urbane è più propenso a seguire regole comportamentali sul Covid di chi abita in zone rurali». Saranno gli zoccoli senza calze il cappello di paglia e il trattore a impicciare, si chiede a questo punto il lettore occasionale di titoli? In realtà pare sia stato verificato come spostandosi dalla città verso le campagne sia immediatamente avvertibile ad esempio un minore uso del presidio mascherina, che poi fa da sintomo a una minore sensibilità e propensione a seguire le regole di prevenzione e prudenza indicate dalle istituzioni: dalla sanificazione degli spazi di vita e lavoro, all'uso di servizi commerciali e di ritrovo, bar, ristoranti, alla pratica corrente del distanziamento fisico.

Oltre la pura impressione dal finestrino dell'auto di passaggio sulla main street del villaggio di campagna, conferma l'idea la ricerca sistematica di un centro studi socio-sanitari universitario texano a scala di tutti gli Stati Uniti su un campione significativo di oltre cinquemila adulti. L'indagine parte dalla somministrazione di un questionario sulla applicazione delle regole anti-Covid, unita a domande su orientamenti politici generali, valoriali, e sulla percezione del rischio malattia, la fiducia nella disciplina medica e nel sistema sanitario. Completano il quadro metodologico le articolazioni per fasce di età, reddito, fede religiosa, genere, istruzione, e ovviamente il dato territoriale-anagrafico della residenza in un distretto qualificabile come urbano o rurale. E chi abita in campagna pare davvero, anche al netto della oggettiva minore dotazione di servizi sia informativi che di sostegno vario, poco propenso a tutelare sé stesso e la collettività dalla malattia che sta sconvolgendo il mondo.

Citando le conclusioni degli studiosi: «chi risiede in aree rurali pare fortemente meno incline a comportamenti sanitari precauzionali, dalla mascherina alla sanificazione al passaggio al telelavoro come pratica di distanza sociale. E se per il lavoro a distanza l'organizzazione dello spazio rurale e del lavoro che vi si svolge può costituire una parziale spiegazione, insieme alle difficoltà tecniche, si tratta comunque di una rilevazione sorprendente e allarmante». Cosa possiamo concludere però noi, che non siamo statistici texani specializzati nella elaborazione di indagini questionarie, ma solo persone studiose di città, non da oggi convinte che nell'urbanità stia la chiave interpretativa di tante diverse faccende? Che quella scientificamente rilevata sia una sorta di manifestazione fuori tempo del famoso Idiotismo della Vita Rustica di marxiana memoria, stavolta sostanziato nel negazionismo pratico delle pratiche di prevenzione. E tutto a causa delle specificità ambientali, poco stimolanti dal punto di vista sia dell'informazione, che della coscienza della responsabilità collettiva, o del semplice fatto che quanto viene raccontato dagli organi di informazione non riguarda «quelli là» remoti estranei incomprensibili. Ma i nostri concittadini tutti. Vallo a spiegare a certi bifolchi postmoderni convinti di essere tutt'altro.

Riferimenti: AA.VV. Rural and urban differences in COVID‐19 prevention behaviors, Journal of Rural Health, 22 febbraio 2021

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