Città conquistatrice

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Dall'abolizione della Polizia alle Finestre Rattoppate

Oscar Newman, Defensible Space, 1972

In questi giorni in cui, per colpa di certi mediocri scriteriati in cerca di visibilità qualsivoglia, si finisce per discutere di statue abbattute o riverniciate di sangue finto, passa un po' in secondo piano purtroppo un altro dibattito assai più importante e storico. Mi riferisco specificamente a quello detto «riformista-abolizionista» più radicale relativo al sistema degli apparati repressivi dello Stato, che almeno su tutto l'arco della seconda metà del '900 in poi (in realtà era iniziato anche prima) pervade quello sui diritti civili, di genere e di minoranza. Perché lo scatenarsi di comportamenti violenti e discriminatori culminato col soffocamento di George Floyd ha davvero rilanciato, insieme alle variegate reazioni spontanee e rivendicative di questi giorni, una più ampia riflessione sulla violenza di Stato, sul suo essere in fondo nulla più che braccio del potere urbano contro i cittadini e non tutela di qualsivoglia ordine. Evocando la storia dell'abolizionismo o esperienze particolari di «stato nascente alternativo» come quella del Rojava curdo, dove il ruolo della polizia viene svolto con una sorta di processo partecipato democratico da ronde volontarie a rotazione, diretta espressione dei cittadini anziché di un lontano potere. Ma tornando a noi e all'oggi capita anche di vedere proposto da qualche contributo della stampa qualche grafico sui bilanci cittadini, in cui a risicate briciole per tutti i servizi che invece dovrebbero stare naturalmente al centro dell'azione pubblica, fa da contrappunto uno smisurato impressionante riversarsi di risorse per la Polizia.

E torna in mente quella che oggettivamente era davvero un'altra epoca, ma con tanti punti di contatto rilevabili con la nostra. Gli anni '70 di fuga del ceto medio verso il suburbio, allora per il terrore delle manifestazioni per i diritti civili nei quartieri poveri, oggi per paura del contagio da pandemia. E sempre con grave dissesto delle imposte locali a cui venivano sottratti proprio i contributi di chi finanziariamente pesava di più. Fu un presidente americano di destra eletto praticamente per caso dopo la catastrofe del Watergate, a cogliere al volo l'occasione politica dichiarando: «City Drop Dead» e conquistandosi le prime pagine di tutti i giornali. Il modesto Gerald Ford dichiarava ufficialmente guerra alle metropoli impoverite prevalentemente serbatoio di voti progressisti Democratici dicendo «stai a cuccia» e tagliando fondi federali che sarebbero stati «sprecati» in quei programmi di sanità, scuola, formazione professionale, che Sherry P. Arnstein aveva descritto nel suo seminale saggio sulla «Scala della Partecipazione Democratica». Saltava di lì a poco agli onori della cronaca un altro saggio scientifico di tutt'altro tono, quello di James Q. Wilson e George L. Kelling su «Finestre rotte e sicurezza nei quartieri», in cui a partire da alcuni studi psico-comportamentali, si provava a fare di necessità virtù, auspicando una migliore allocazione delle risorse scarse per l'ordine pubblico e il pattugliamento urbano. Non facendo però i conti con la vera e propria perversa strategia reazionaria messa in campo dai Repubblicani di lì a poco trionfanti con Reagan.

Negli anni della sindacatura newyorchese di Rudy Giuliani, via via la cosiddetta e in realtà poco compresa teoria della finestra rotta, o del disordine che chiama disordine, venne ribaltata in tutt'altro, ovvero nella cosiddetta Politica di Tolleranza Zero: se le rivendicazioni di diritti civili avevano fatto scappare dalla città il ceto medio conservatore, la repressione violenta dei medesimi diritti lo avrebbe fatto tornare, attraverso processi di gentrification pilotati. Ecco miracolosamente tornare i finanziamenti federali per le città, ma solo se in buona parte spostati sugli investimenti di Polizia, sulla criminalizzazione dei soli comportamenti antisociali, incluso il cosiddetto «jaywalking» che a volte vuol dire attraversare sbadatamente. Tutti i fondi che nella logica del Rinnovo Urbano di metà '900 erano andati alla realizzazione di scuole ambulatori centri sociali e di quartiere, adesso per così dive venivano investiti nel loro sistematico smantellamento. L'unico valore e obiettivo della politica cittadina si calcolava su valori immobiliari e numero di condanne, mentre si faceva strada anche nel dibattito urbanistico prima il concetto di gentrification buona perché ricca e bianca, poi quello ai limiti dell'assurdo calcolato solo su parametri finanziari. Le questioni razziali e di diritti sempre scopate in massima parte sotto il tappeto delle glorie per la maggiore «sicurezza» e soldi circolanti tra gallerie d'arte negozietti finto etnici e condomini fortezza con gli appartamenti a fitto controllato imposti dal piano regolatore cacciati nel vicolo sul retro. Ma dopo la morte di Floyd soffocato dal ginocchio dell'ultimo buzzurro fascistoide di turno, rileggersi in parallelo sia il saggio di Arnstein che quello di Kelling e Wilson, forse aiuta a dare un quadro meno piallato sulla contemporaneità e dotato di spessore.

Riferimenti:

Sherry Arnstein, I Gradi della Partecipazione Urbana (1969) 

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George Kelling, James Wilson, Teoria della Finestra Rotta e Sicurezza Urbana Percepita (1982) 

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" Quando su un motore di ricerca proviamo a inserire l'aggettivo ""urbano"" di solito spuntano il cognome di un cantante country marito di una famosa attrice, o una linea di abbigliamento. Anche quelle cose sono la dimostrazione che, in un modo o nell'altro, la nostra vita ormai si sviluppa dentro a qualcosa chiamato città. Proviamo a raccontarla "

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