Martedì, 9 Marzo 2021
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Le pallottole spuntate degli architetti-urbanisti

Immagine: Gary Cooper, Fountainhead - Senses of Cinema

Mi ricapita per l'ennesima volta di leggere, stavolta direttamente per bocca del suo coniatore originario Francesco Indovina, la definizione dell'urbanistica come «decisione politica tecnicamente assistita». Efficacissima, riprende e precisa l'intuizione originaria dell'intellettuale fascista e ministro Giuseppe Bottai, vero deus ex machina del progressivo passaggio dall'urbanistica degli uffici tecnici municipali a quella dei professionisti e accademici, che ne faceva una semplice equazione con la politica. Ma avocava a quest'ultima implicitamente un eccesso di discrezionalità, magari con qualche senso nella prospettiva dello Stato totalitario, molto meno in quello democratico, della autonomie, della partecipazione (e della frammentazione di competenze) che ne avrebbe preso il posto di lì a poco. C'era qualcosa in più a sbilanciare ulteriormente verso la discrezionalità anche quella «assistenza tecnica», ed era la componente del tutto maggioritaria, culturale e professionale, dei progettisti architetti-ingegneri, usi a considerare i pur indispensabili apporti amministrativi, giuridici, scientifico-analitici una specie di fardello, componente essenziale determinante ma non attiva, non interattiva, del processo urbanistico. In altre parole, a porre sempre in primo piano comunque l'idea di progetto via via in corso di attuazione, anziché quella di processo che produce effetti e con essi dialoga a trasformare gli spazi.

Il vero e proprio trionfo di questo genere di approccio tutto progettuale-discrezionale alla trasformazione urbana avviene non certo a caso tra il periodo della ricostruzione postbellica e quello della successiva conseguente grande esplosione socioeconomica, quello della «grande fiducia nella modernità». Quando gli alfieri per antonomasia di questa modernità, gli architetti-urbanisti-designer dispiegano la loro particolarissima interpretazione di quel fortunato slogan: «dal cucchiaio alla città», trasformando quest'ultima nel campo attuativo dei proprio progetti, a volte in sintonia, a volte meno con la discrezionalità politica, casi in cui in seguito si lamenta il cosiddetto «piano tradito». Paradigmatici per tutto questo lungo periodo di architettura-urbanistica al contrario, i progetti dei cosiddetti quartieri autosufficienti a partecipazione pubblica, ampiamente pubblicati dalle riviste di settore e ancora verificabili facendosi un giro in biblioteca, dove il «piano» altro non è che l'intuizione dell'architetto sviluppata con mezzi diversi dal disegno o schizzo. Lunghe relazioni dove si spiega il modello sociale di riferimento, in realtà progettando anche quello dato che non esiste se non appunto nella mente dell'architetto, che ci costruisce attorno gli spazi ideali. A loro volta «tecnicamente pianificati» fin nei dettagli, sovrapponendo in pratica quelli che invece dovrebbero essere due momenti distinti, tanto quanto il sugo con la pasta per fare un esempio.

Un ingombrante dilagare che trova uno stop deciso quando (quasi subito, ma si capirà più tardi) inizia a spaventare tutti gli altri protagonisti di quel processo, ridotti a una specie di materia prima assolutamente plasmabile dal demiurgo artista. Ad esempio quando anche il tema della grande scala metropolitana e regionale viene affrontato nel medesimo modo, scordandosi del tutto quella regola d'oro che stava scritta, papale papale, nel pur notissimo manualetto fine '800 della Città Giardino: «ricordatevi che si tratta di un diagramma, lo spazio fisico è un'altra cosa». Immemori o ritenendosi superiori, gli architetti-urbanisti esclusivamente interessati a realizzarli schematicamente, i loro schemi, ne abusano, e terrorizzano il resto del mondo, finendo via via per distruggere anche l'immaginario modernista che avevano virtuosamente evocato. E accusando invece l'urbanistica stessa di non averli capiti, se ne escono sbattendo la porta, fino ai nostri giorni in cui da un lato la cultura neoliberale tende ad alimentare la vecchia idea secondo cui l'urbanistica è una cosa «superata», puri lacci e lacciuoli dirigisti poco adatti alle dinamiche sociali di mercato, dall'altro i cosiddetti archistar continuano (con le spalle coperte dai loro potenti committenti) a praticare il vecchio metodo induttivo del cucchiaio che si fa città, del progetto travestito da piano. Che non ci porta praticamente da nessuna parte, salvo alle lamentele di chi vorrebbe partecipare al grande gioco della trasformazione urbana, non esprimendo bisogni che devono trovare risposta, ma a sua volta producendo un «progettino» personalizzato. Non è un bel modo di concludere una storia che dura da più di un secolo, forse sarebbe ora che l'urbanistica vera (o nuova) alzasse la testa.

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