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Martedì, 23 Aprile 2024
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Ciak si inventa il Borgo Ancestrale

Probabilmente qualcuno ha già fatto o potrebbe fare una ricerca socio-antropologica che analizzi la provincia italiana attraverso la commedia cinematografica al tempo del boom economico. L’esercizio, però, dovrebbe tentare un raffronto con la contemporaneità e di quanto, più o meno inconsapevolmente, l’immaginario popolare odierno deriva da quello che più che una realtà è un luogo della mente. Un’Italia di ridenti cittadine «a misura d’uomo» con lo struscio domenicale sul corso, appena usciti da messa, il caffè o l’aperitivo al tavolino del bar in piazza. Già, il tavolino del bar, autentico topos, attorno al quale commentare, teorizzare o fare Human-Watching con relativa farcitura di pettegolezzo. È la geografia reale e umana raccontata da Germi in «Signore e signori» e da Arbasino ne «La bella di Lodi». Da Lizzani ne «La vita agra», dal libro di Luciano Bianciardi, o da Petri ne «Il maestro di Vigevano» dall’omonimo scritto di Luciano Mastronardi.

Senza scordare che «I vitelloni» di Federico Fellini ha generato una categorizzazione precisa di una fenotipo umano, non necessariamente provinciale ma endemicamente diffuso nella sonnacchiosa e annoiata provincia. Oggi potrà sembrare retorico e ridondante di cliché descrivere la provincia come un luogo da misurarsi non tanto sul metro delle distanze chilometriche quanto sulla base di un ritardo accumulato rispetto alle trasformazioni visibilmente praticate dai grandi centri della modernità ma, a ben pensarci, il conservatorismo espresso o strisciante avvalora la tesi di una permanenza, se non di una ulteriore diffusione del provinciale come luogo della mente non più associabile ad un luogo precisamente identificabile. Quello che sembra essere un riflusso nel provincialismo, una regressione antiurbana, è percepibile ogni volta che si constata una diffusa opposizione ad un mondo che è velocemente in evoluzione.

Che si tratti di temi culturali e di idee, di costumi o delle tecnologie che governano obtorto collo la quotidianità la prima prolungata reazione è un secco rifiuto. È ben vero che la contemporaneità nel suo ribollire freneticamente produce una sterminata quantità di inutile pulviscolo «culturale» e tecnico ma il rifiuto di misurarcisi in modo preconcetto è il rovescio di una stessa medaglia. Per questo il rifugio sospiroso e nostalgico nell’Arcadia di un mondo lento e a «misura d’uomo», probabilmente mai esistito, costituisce un lenitivo contro il logorio della vita moderna, come diceva Ernesto Calindri seduto, non a caso, ad un tavolino mentre incombenti 600 gli sfrecciavano tutto attorno.

Altre immagini ideali o meno di città in «È arrivata la Gentrification e non ho niente da mettermi»

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