Giovedì, 5 Agosto 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La discriminante di urbanità della gentrification

foto F. Bottini

Esce un nuovo libro sulla gentrification e la cosa di per sé non farebbe storia, quasi anche un po' di noia, se non fosse che «How To Kill A City» di Peter Moskowitz (Avalon, 2017) sembra già dal titolo cogliere il punto, smarrito spesso e volentieri in mezzo secolo di tira e molla da quando il termine venne coniato dopo uno studio sociologico su un quartiere di Londra, radicalmente trasformato senza trasformare quasi nulla. O almeno quello pareva il senso scientifico del neologismo, ad alcuni: gentrification è quando a differenza dei tradizionali sventramenti urbanistici otto-novecenteschi, certa pulizia delle case e degli spazi pubblici di un quartiere non avviene per grandi operazioni edilizie, stradali, e in generale fisiche, ma a partire da una sorta di infiltrazione sociale dal basso, che cambia prima l'anima che il corpo. Almeno questa rappresentava la lettura corrente sociologica e politica, ed era una stigmatizzazione automatica soprattutto perché vista da una precisa prospettiva: quella di chi da quell'infiltrazione veniva espulso, vuoi in qualche zona periferica di «casermoni» la cui anima era tutta eventualmente da costruire ex novo, vuoi sparpagliato chissà dove, magari ad attendere di essere di nuovo gentrificato ed espulso. E qui comincia la vera baraonda interpretativa.

Perché dall'altro punto di vista, quello di chi si era comprato un pezzettino di sede dell'anima in forma di casa o appartamento, non c'era proprio nulla di patologico o stigmatizzante, anzi. E allora iniziavano a fioccare i nuovi «studi scientifici sulla gentrification» che ne ribaltavano il giudizio: fa bene anzi benissimo, guardate le statistiche sui reati nell'area, guardate le condizioni igieniche dei fabbricati, o la funzionalità di piazze pubbliche, raccolta dei rifiuti, arredi, rete commerciale di vicinato, tutto una meraviglia, altro che patologia urbana. Gradualmente, in questa canea di analisi in positivo, a volte ampiamente supportate da dati, casi, giudizi scientifici e politici esterni «obiettivi», lo stesso termine gentrification iniziava ad assumere statura urbano-morale, a diventare una cosa che fa vincere le elezioni promettendola. Fino al rimbecillimento mediatico di quei ragazzi che pieni di buona volontà e con qualche latta di vernice e una scopa, in un pomeriggio di pulizie volontarie nel quartiere dichiaravano orgogliosi «stiamo provando a fare la gentrification».

Ma c'è, come del resto c'era nell'accezione davvero scientifica utilizzata mezzo secolo fa dalla sociologa Ruth Glass, quando coniava il termine, un punto di vista tale da ridimensionare e azzerare quelle interpretazioni a loro volta faziose. Per ridurre al ridicolo certe analisi bancarie sul reddito medio di una zona, definito gentrification perché cresce, e senza alcun riferimento né ai valori immobiliari né ad alcuno altro studio fisico o sociale dei quartieri. Ed è, per usare il titolo azzeccatissimo di Moskowitz citato in apertura: «uccide la città» oppure no? Se la uccide è gentrification invasiva, appiattente, tale da sostituire alla vitalità un po' conflittuale e imperfetta di una zona la sterilizzazione aziendalista borghese del suburbio dormitorio; se invece si tratta di qualche sintomo parziale, decontestualizzato, magari fastidioso per alcuni, come l'apertura di un esercizio «non popolare», o l'insediamento di gruppi che cambiano un po' l'equilibrio, in fondo è la città che respira, vive, si evolve come deve fare e ha sempre fatto, in genere per il meglio sul medio periodo. E piantiamola con la «gentrification soggettiva» su misura per il commentatore scemo e pettegolaio di turno, anche quando dice di agire schierato dalla parte dei deboli. Vuol solo farsi pubblicità a buon mercato.

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