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Venerdì, 19 Aprile 2024
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Gli spazi della tranquillità e del silenzio

Se l'urbanistica moderna ha una sua specie di origine politica nella divisione/equilibrio tra spazio pubblico e privato, è altrettanto certo che l'origine tecnica poggia le sue basi sul requisito della salubrità, non a caso già centrale nell'epoca fondativa classica come criterio di scelta del sito per la città ideale, replicato puntualmente da tutti i manualisti. Dalla scoperta del medico John Snow sull'origine e la propagazione del colera nelle città attraverso i pozzi inquinati, letteralmente «trasportata» dall'ingegneria sanitaria delle reti idriche e fognarie, l'urbanistica della salute e del benessere si accoppia a pari dignità con quella dell'efficienza economica e della bellezza simbolica. Acqua e aria pulite, ambienti interni ed esterni disinfettati dalla luce solare, verde in cui rilassare il corpo e lo spirito in qualche modo ricongiungendosi con la natura e i suoi ritmi, da cui la meccanica città moderna ci aveva strappato. Sono molte le intuizioni tecniche e sociosanitarie, molte più di quante se ne possano elencare qui, ma presto arrivò con l'innovazione tecnologica anche un vero e proprio fattore di disturbo all'innovazione urbana: quando la crescente disponibilità di trasporti efficienti ed economici, spinse a «scopare sotto il tappeto suburbano» gran parte delle istanze di cui sopra.

Se si leggono in questo senso tutte le utopie e idee di riforma dell'epoca industriale-urbana, si nota esattamente la tendenza alla fuga anziché ad affrontare direttamente il problema. A partire dal cosiddetto sovraffollamento o congestione o densità, che avrebbero anche potuto cercarsi una soluzione assai più tecnica o psicologica, anziché esplodere letteralmente nelle formule dei neo-villaggi rurali care ad ogni sognatore che si rispetti. Un'occhiata critica alle iconiche Tre Calamite del solito Ebenezer Howard ce lo conferma: esiste una cosa che si chiama disagio urbano e la sua antitesi sono qualità rurali, da mescolare. Pensiamo alla tranquillità: di cosa si tratta? In realtà altro non sarebbe che una condizione soggettiva, perseguibile in tanti modi, certo nell'interazione tra sé e l'ambiente circostante, ma non necessariamente così sbilanciata verso quest'ultimo: ritmi, sollecitazioni, rumori, movimento, sosta, hanno a che vedere proprio con questa miscela. Ma appunto molto istintivamente l'ideale di città cresciuto nell'era industriale tende a cercarle il cocktail ideale con massicce dosi di nostalgia campagnola: l'aria pura dei campi, la casa accogliente del villaggio ancestrale, il silenzio del paesaggio naturale. Deve essere per forza solo così?

In realtà no, ma solo perché tutti lo ritengono impraticabile, costoso, utopistico appunto, però senza rinunciare a inseguire il «sogno», mettendo da parte soluzioni magari più intelligenti. Un caso tra i tanti è quello implicitamente citato dell'inquinamento acustico detto anche insopportabile baccano. Nella prospettiva tradizional-nostalgica fatalmente si contrappongono la fragorosa meccanica della città futurista, dei clangori, delle urla, del trionfale rombo dei motori da un lato, e i suoni attutiti o il silenzio totale meditativo della campagna. Ma forse sarebbe utile riflettere su un fatto oggettivo: sia nell'uno che nell'altro caso si tratta di pregiudizi senza alcun fondamento, visto che ci può essere tranquillamente anche la città tranquilla meditativa e dai ritmi umano-naturali (come c'è la città non inquinata, per capirci), e al contrario una campagna orribilmente fracassona, stressante e insopportabile sino a livelli patologici (lo sa benissimo chi invece di sognarla la frequenta). Non a caso, in questa epoca di montante urbanizzazione e di fatto obliterazione della «campagna antitesi» anche ideale e onirica, alla famiglia dei piani urbanistici non-fisici a cui appartiene per esempio quello degli orari, si aggiungono sempre più i piani contro i rumori: a considerare il fracasso per quel che è, invece di legarlo chissà perché indissolubilmente alle forme urbane. Ci sono interventi spaziali, tecnologici, psicologici, possibili a risolvere o migliorare le situazioni peggiori, e pian piano la ricerca sicuramente ce ne fornirà dei nuovi. Del resto basta pensare alla banale silent disco, disponibile da anni ma usata pochissimo come se fosse un trabiccolo stupido, o alla deregolamentazione dell'uso di altoparlanti, per comprendere quanto ci sia da fare e riflettere: lo spazio della tranquillità e della pace è urbano, fidatevi!

Riferimenti:

Welsh Government, Noise and soundscape action plan 2018-2023 (scarica direttamente pdf dal sito governativo)

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