Martedì, 19 Gennaio 2021
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

I dannati del pedale elettrico di Binasco

Foto @Fabrizio Bottini

Un paio di giorni fa, mi è capitato di intuire, forse, la misteriosa funzione trasportistica delle biciclette elettriche in condivisione introdotte dal Comune di Milano. Perché in un posto piatto come un biliardo, dove si chiama per convenzione e entusiasmo «salita» qualunque dislivello di un paio di metri che altrove interesserebbe solo qualche scienziato dell'orografia molecolare, i mezzi a pedalata assistita, perlomeno nelle quantità massicce decise poco prima di Expo, parevano avere davvero un ruolo decorativo. E perché, ciliegina sulla torta, l'unica possibile e immaginabile destinazione di quegli ibridi tra una bici e un motorino, ovvero la stessa Esposizione, effettivamente piuttosto lontana dal centro, non era accessibile col Bike-sharing. 

Ma come dicevo, finalmente un paio di giorni fa mi si delinea davanti al naso la risposta: i mezzi elettrici in condivisione sono stati pensati espressamente per il cittadino e il turista desideroso di arrivare a Binasco e analoghi. Binasco, chi era costui?

Binasco, come capisce sommariamente qualunque utente di Google, è un ridente borgo una ventina di chilometri a sud di Milano verso la zona delle risaie, sul Naviglio Pavese. Naviglio vuol dire anche alzaia, e relativa pista ciclabile, su cui stava pedalando come spesso accade il sottoscritto, quando ha incrociato quei due tizi che sfrecciavano in eBike-sharing con aria affannata in direzione del capoluogo. Visione sul momento surreale, per almeno due motivi: non mi era mai capitato di vedere un mezzo condiviso tanto lontano dal centro (e dalla totalità delle stazioni di prelievo), né di vedere alcun affanno manifesto sul viso dei pedalatori assistiti, i quali per definizione non fanno mai più fatica di quel che gli garba. 

Ma ecco la fantastica risposta esatta, che collegava entrambe le cose: i due avevano scelto il mezzo elettrico perché è l'unico che consente con qualche margine di certezza di arrivare fin lì, e tornare in tempo alla stazione, prima che scatti il tempo massimo concesso dal bike-sharing, di due ore, dopo le quali scatta una sanzione, come se i mezzi non fossero stati restituiti. Certo, per arrivare a una destinazione turistica di qualche tacca più in alto, in quella direzione la Certosa di Pavia per esempio, nulla da fare, ma almeno inoltrarsi un pochino oltre le solite cerchie di circonvallazione, per il visitatore curioso e non munito di bici propria, almeno si.

Ma la tesi di fondo, bicefala, di queste apparentemente oziose osservazioni marginali su un uso altrettanto marginale (forse più del piumino in spiaggia) della bici elettrica in condivisione, è un'altra. Ovvero che, anche a fronte di spaventose sciocchezze, spesso a carico del contribuente, di questi «progetti innovativi ciclistici», sciocchezze evidenti, diseconomie, sprechi, contraddizioni, in genere pare impossibile esercitare ragionevolmente riflessioni critiche: o non ti ascoltano, o ti saltano addosso, e se qualcuno pare ascoltarti poi scopri che è il solito automobilista coatto col dente avvelenato contro i ciclisti in generale. 

E invece di critica ce ne vorrebbe tanta di più, in un ambito che con la vaga scusa del mercato, dell'ecologia, del nuovo fresco giovane, ne combina davvero di tutti i colori. Giusto per restare a cose locali milanesi, dentro la piccola claustrofobica cerchia di quelle stazioni che non vogliono allargarsi ancora neppure alle stazioni ferroviarie e relativi corridoi, l'altro giorno sulle bici si è quasi consumata una ennesima scissione a sinistra, perlomeno sul social network. Un delegato del sindaco per alcune questioni, già consigliere eletto in lista specchiatamente progressista, ha osato mettere pubblicamente in dubbio la qualità del lavoro e delle retribuzioni di uno operatore di consegne a pedali. 

Il paragone, implicito, era quello con certe iniziative da città terzomondiale: apriti cielo! Hanno iniziato a fioccare commenti ai limiti dell'insulto e oltre, nessuno a mettere in dubbio i dati sui tempi di lavoro e i compensi, e la fatica, ma tutti a dire, quasi indistintamente: la bicicletta è il bene, non si discute, per il resto magari vedremo. Ecco, forse è davvero ora di andare a vedere, il nuovo mondo dei dannati del pedale qualsivoglia.

Molti dei temi sollevati li ritrovate meglio sviluppati sul sito La Città Conquistatrice, tag Piste Ciclabili o categoria Mobilità Dolce

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