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Lunedì, 3 Ottobre 2022
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La grande idea (sbagliata) di le Corbusier

C'è un verbo di origine militaresca che descrive molto bene un comportamento umano: acquartierarsi. Deriva come è noto dalla forma caratteristica del campo romano, diviso in quattro dalle due direttrici del cardo e decumano, tracciate secondo criteri geografici e simbolici, e via via diventato la base di fondazione delle città. Poi naturalmente, vuoi per evoluzioni sociali, vuoi per condizionamenti ambientali, quella parola originaria “quartiere” è andata a definire una miriade di forme e dimensioni diversissime, apparentemente senza nulla in comune l'una con l'altra. Ma è però di fatto restato vivo e presente lo spirito originario, che suona più o meno: entrare dentro l'equilibrio naturale, modificandolo per le proprie funzioni, e sostituendo elementi artificiali (le linee rette del quadrato) a quelli naturali esistenti. L'altro aspetto è quello della dimensione e della forma, che deve tener conto dell'equilibrio minimo da mantenere sia fra natura e artificio, sia fra ambienti privati e collettivi, e non a caso ancor oggi pensando a un quartiere, comunque inteso, le componenti restano le stesse: edifici, strade e piazze, superfici a verde.

Con l'esplosione tecnologica, energetica e demografica della rivoluzione industriale, e delle nuove conoscenze e culture che rapidamente accumula, inizia a porsi anche il problema di una forma e dimensione ottimale di questo “quartiere”, e per parecchi anni si sviluppano gli studi per valutarla, dallo spicchio di cinquemila abitanti attorno a un piccolo nucleo pubblico della città giardino ottocentesca, attraverso gli studi sociologici metropolitani americani e il concetto di neighborhood unit, fino ai quartieri razionalisti nati fra le due guerre mondiali, poi riprodotti e riformulati per buona parte del '900. Particolarissima ed estrema, come tante altre sue elaborazioni, l'idea di “quartiere” di le Corbusier, tutta concentrata all'interno di una unità di abitazione architettonicamente definita e autonoma, in grado di riassumere tutte le funzioni, scaricando lo spazio esterno che resta a disposizione per altri usi. Una idea straordinaria, a prima vista, perché sembrava risolvere alla radice la questione dell'equilibrio fra natura e artificio: una da una parte, uno dall'altra e a posto così. Di fatto l'idea non ha mai funzionato.

Ce lo raccontano ancora oggi infinite vicende ed esempi di spazi interni ed esterni degradati, nei complessi che hanno sperimentato questo modello: negozi abbandonati, scuole trasferite altrove, luoghi di riunione, enormi atri, servizi per gli abitanti, tutto abbandonato, o rapidamente destinato ad altri usi per evitare un triste destino. Anche la “natura” esterna all'edificio, che avrebbe dovuto restare a disposizione nello stato originario, almeno in forma di parchi e giardini, molto evidentemente non ha retto all'uso collettivo, e allo stesso modo degli spazi interni ha finito per degradarsi in parte, e/o farsi colonizzare da usi spontanei, dagli orti abusivi (poi regolamentati) ad altre forme di occupazione più o meno socialmente accettabili. Resta nella vaga consapevolezza collettiva una immagine piuttosto inquietante di queste forme architettoniche, automaticamente portatrici di degrado e negatività. Siamo sicuri che sia proprio così?

Il tema è molto aperto, nel millennio dell'urbanizzazione e della necessità impellente di contenere il consumo di suolo. Certo le forme e idee specifiche dell'architetto razionalista svizzero novecentesco, e di tutti i suoi numerosi seguaci, possono essere desuete, superate, fallimentari, ma l'intuizione di provare a concentrare tecnicamente molte funzioni umane diverse dentro il medesimo impianto è più che mai attuale e urgente. I fallimenti sono importanti e preziosi, se riescono a insegnarci qualcosa, ma quale è stata sinora la reazione alle diseconomie della città razionalista? La conosciamo: rinunciare alla ricerca di nuovi tipi architettonici e urbanistici, tornando alla città giardino ottocentesca, anzi a una caricatura della città giardino, quella brodaglia territoriale che si chiama sprawl, fatta di villette isolate, centri commerciali isolati, servizi fabbriche e uffici isolati, tutto connesso da una ingombrante spaghetteria autostradale. Il quartiere così esploso non cerca alcun equilibrio con la natura, salvo negli slogan pubblicitari che ci recitano ossessivi “immerso nel verde”. Ma quel verde, che le unità di abitazione integrate volevano lasciar libero, lo stiamo occupando tutto, a furia di immergerci cose. E risulta più che mai urgente tornare a quell'idea sbagliata di le Corbusier, e vedere di raddrizzarla: c'è dell'ottimo metodo, e le cose buone non si devono certo buttar via, ma solo perfezionare imparando dagli errori.

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