Giovedì, 5 Agosto 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Il consumo di suolo e lo spray nasale di papà

immagine pubblicità da una rivista medica 1920, archive.org

Come racconta anche una specie di senso comune implicito, non esiste affatto una Mano Invisibile della Legge, e neppure un Braccio Violento del Mercato. Perché si presume che il ricomporsi degli interessi individuali pur confliggenti avvenga sempre secondo le due direzioni di corrente opposte, codificate nelle due formule che tutti conosciamo e usiamo. Purtroppo c'è chi indugiando su percorsi alternativi, pur legittimi, crede davvero nel valore assoluto dei processi induttivi, o al contrario nella possibilità che un principio generale stabilito a priori possa diventare da solo norma condivisa e accettata. Posizioni antistoriche, se non altro, ma diffusissime per esempio nel mondo dei diritti, alla salute, all'ambiente, all'equità. Se è vero che anche le grandi trasformazioni si compongono della somma di tante altre infinitamente più piccole, sappiamo anche come il tutto sia sempre molto più della somma delle sue parti, e quindi quantomeno sia necessario pensare a un incrocio virtuoso tra due percorsi, invece che puntare tutto (anche in termini di immagine o strategia politica) in una sola direzione. Cosa che non fanno quasi mai i movimenti di base quando intendono sostituirsi all'azione di partiti e istituzioni, per esempio quando si parla di consumo di suolo o meglio di contenimento del consumo di suolo.

Abbiamo già parlato su queste pagine del rapidissimo passaggio, in Italia, della tematica consumo di suolo dall'ambientalismo in senso proprio, alla tutela del paesaggio, che è altra cosa diversa, pur analoga e a volte in parte sovrapponibile. Un passaggio che ha determinato uno scarto di prospettiva fondamentale verso l'induzione: l'idea di sottrarre suolo alle funzioni naturali e agricole inquadrata soggettivamente in ciò che si riesce a vedere coi propri occhi. Ne nasce quasi automaticamente una prospettiva nimby, che anche senza alcuna connotazione di per sé negativa considera del tutto interscambiabili il sintomo e la malattia, a volte allontanando anziché avvicinare terapie più efficaci. Che starebbero saldamente collocate nell'ambito delle Leggi/Grandi Principi e nei Piani che obbligano a redigere, più che nei singoli Progetti contro cui si scagliano puntualmente i benintenzionati contestatori. Intendiamoci: è vero che può esistere una corrispondenza tra quegli scenari generali e la loro manifestazione puntuale locale, ma resta una sciocchezza urlare al consumo di suolo ogni volta che sotto casa si pavimenta una striscia di terreno per metterci sopra qualcosa. Si tratta di stabilire, a scala più ampia, dentro quale strategia di trasformazione (urbana o metropolitana, quantomeno) si colloca quella cancellazione di prato o giardino o semplice terreno libero, che a volte non è neppure tale. Si possono e si devono fare considerazioni quantitative (le superfici in metri quadrati o in ettari) e qualitative (la distribuzione del suolo libero secondo reti più o meno continue) che solo a scala non locale si riescono a valutare.

Perché se lo sfruttamento insensato di una risorsa finita come il suolo naturale e agricolo per finalità di cattiva urbanizzazione è una follia, non lo arresteremo certo scambiandolo coi suoi sintomi, come faceva tanti anni fa mio padre col raffreddore. Ricordo che, molto infastidito dal naso chiuso, aveva preso l'abitudine di usare a profusione uno spray decongestionante, e pretendeva che tutti adottassimo quella sua strategia, senza capire che in realtà poi i suoi raffreddori duravano molto più a lungo dei nostri, curati stando fermi al caldo anziché solo localmente sturandosi il naso, ma non facendo nulla per l'infiammazione generale. Qualcosa di molto simile succede a chi magari riesce a impedire con opposizioni locali fortissime qualche trasformazione edilizia, spingendo però gli stessi interessi (operanti per la Mano Invisibile del Mercato assenza di Braccio Violento della Legge – o del Piano per usare un termine più proprio) ad agire, a volte peggio, altrove, dove la loro opposizione non arriva. Non ha aiutato in questo una concezione, anche da parte istituzionale, di trasformazioni gestite e comunicate più per progetti che per strategie complessive, e che dovrebbe modificarsi, per esempio orientando i processi partecipativi più verso una trasparenza che verso la produzione di «progetti di base» spesso destinati a finire nel nulla. Oggi esistono tutte le possibilità anche tecniche per far sì che di ogni piccola trasformazione urbana sia evidente sia il merito locale che il metodo generale, così come risulta dentro un programma più vasto. Perché non sfruttarle, sia da parte delle istituzioni che di gruppi, comitati, o interessi particolari. Sempre che si voglia davvero agire in buona fede, ovvio.

La Città Conquistatrice – Partecipazione

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