Città conquistatrice

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Il Generale Inverno della ciclabilità

foto di Irene del Prato

In questi giorni di Big Snow probabilmente si può verificare in modo diretto e abbastanza inequivocabile, il grado di nuova penetrazione delle biciclette nelle nostre città, che a quanto pare risulta parecchio vicina allo zero. Cosa curiosa, il Corriere della Sera nel primo giorno di forti precipitazioni pubblicava in prima pagina una foto di una delle città più colpite, Bologna, dove tra le larghe falde arrancava un tizio in bicicletta, con tanto di ombrello spalancato. Immagine quanto mai incongrua, veniva da pensare, visto che la primissima vittima della neve (molto prima di pedoni e trasporti collettivi in genere) sono proprio i ciclisti. Ma immediatamente dopo non poteva non venire in mente anche qualche riflessione diciamo così in positivo, della foto. Si trattava, quasi banalmente, di uno scatto dentro il grande centro storico della città, che unisce una serie di caratteristiche: tutto pianeggiante, più o meno a traffico regolamentato da parecchi anni, ancora abitato da relativamente variegate fasce di età, reddito, professione, dotato di una certa rete diffusa di servizi, pubblici e privati, e infine come sanno tutti tradizionalmente dotato di portici, quasi ovunque.

Sbaglierebbe però chi, facendo un indebito cortocircuito, equiparasse immediatamente i portici del centro storico di Bologna a piste ciclabili diciamo così d'emergenza, allargando il metodo a spiegare quel che si dovrebbe fare anche altrove: visto che lì anche con mezzo metro di neve passa il tizio in bici, se avessimo le piste ciclabili anche da noi quanto si starebbe bene! Un po' giusto, e un po' sbagliato, esattamente come un po' giusta e un po' sbagliata era l'impressione che dava quella foto. Il tizio con l'ombrello magari abitava verso Porta San Vitale, e stava raggiungendo il centro per restituire un libro in biblioteca, o ritirare le analisi del sangue, chissà. Non stava compiendo un gesto eroico o atletico sia grazie ai portici sotto cui rifugiarsi per qualche decina di metri, sia soprattutto grazie al fatto stesso che quel centro storico, nato in era pre-automobilistica e rimasto abbastanza integro grazie a politiche urbane durate almeno mezzo secolo, riesce a funzionare anche (almeno al proprio interno) senza dover per forza far ricorso alle auto. Anzi se cancelliamo idealmente i mezzi a motore gran parte delle funzioni interne continua normalmente.

Ripetiamo, per chi se ne fosse scordato, l'equazione: mobilità dolce urbana efficiente anche quando nevica, uguale percorsi brevi (tra i vari punti di residenza lavoro studio e servizi), in un modo o nell'altro mantenuti puliti, e quindi già forte integrazione delle componenti, che non si realizza con qualche opera, ma agendo su vari fronti. Per contro solo per fare un esempio il caso di Milano, dove ha nevicato abbastanza poco ma questa integrazione non c'è, e le biciclette sono quasi sparite dall'orizzonte, salvo qualche audace irriducibile, o sventato, o proprio obbligato in un modo o nell'altro a saltare in sella. Anche là dove, in certi quartieri molto di tendenza oggi, le piste ci sono ed erano pure pulite, ma bisogna prima arrivarci, non è che la gente ci abiti accanto ai boschi verticali e altre residenze griffate. E soprattutto là dove già di norma le bici sono una minoranza, pur in crescita: scuole, commercio, università, uffici comunali decentrati eccetera. Perché basta dove attraversare due metri due, di neve accumulata a un crocicchio, e doverlo fare per forza con un piccolo carico, diciamo la spesa, e la prossima volta si sceglierà l'auto senza indugio, anche se si sono investiti milioni in piste ciclabili. O semplicemente, l'assenza di spazi di sosta decente (avete mai provato a trafficare attorno a un palo col lucchetto mentre vi diluvia o nevica in testa?) ha convinto quasi tutti a lasciare la bici appesa al chiodo, o nelle rastrelliere dello sharing. Morale della favola? La pista ciclabile, costosa, di lunga realizzazione, che produce tanti contrasti ad esempio coi commercianti o anche con gli abitanti di alcuni quartieri, è solo una delle tante risposte possibili per una bicicletta a misura di città. Quello che ci vuole davvero è una città attorno, e non un autodromo a sua insaputa, dove anche gli spazzaneve – a sottolineare il concetto – hanno quattro ruote e vanno a benzina, guarda un po'.

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" Quando su un motore di ricerca proviamo a inserire l'aggettivo ""urbano"" di solito spuntano il cognome di un cantante country marito di una famosa attrice, o una linea di abbigliamento. Anche quelle cose sono la dimostrazione che, in un modo o nell'altro, la nostra vita ormai si sviluppa dentro a qualcosa chiamato città. Proviamo a raccontarla "

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