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Sabato, 13 Agosto 2022
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

Impalati in città

Una decina di anni fa in diverse circolari, dichiarazioni, linee guida ufficiali, il Ministro per le Aree Urbane, Eric Pickles, granitico Conservatore, invitava le amministrazioni locali a fare piazza pulita di ogni elemento tale da provocare «confusione stradale». Si riferiva a qualunque segnaletica non strettamente indispensabile, cordoli o corrimano di separazione, cartelli pubblicitari o di informazione, allo scopo di restituire le vie alla loro funzione originaria di orientamento (e non di disorientamento) per chiunque le percorre, a piedi o su un veicolo. Si riteneva, a ragione, che tutto questo «street clutter» fosse esclusivamente di danno a vie e strade del Paese e che fosse compito delle autorità nazionali e locali secondo le proprie competenze procedere a un drastico taglio di queste indebite presenze.

Considerate erroneamente da altri utili, addirittura indispensabili per adempiere a funzioni di orientamento, sicurezza, separazione di flussi di traffico, nel rispetto delle norme di legge. Il Governo si impegnava anche in una specifica revisione di quegli aspetti delle leggi che avevano ingenerato equivoci e/o innescato effetti contrari al proprio spirito di regolamentazione, a partire dalla compilazione di un «Censimento degli Oggetti Indesiderati» e di un conseguente «Catalogo delle Azioni Auspicate» per vie di migliore qualità sicurezza e interazione sociale.

Per usare le parole dello stesso ministro Eric Pickles: «Le nostre vie stanno perdendo il proprio ruolo essenziale. Oppresse da una segnaletica di direzione sciatta, messaggi pubblicitari invadenti, pavimentazione discontinua, salti di quota, impedimenti di passaggio, molto realizzato sprecando denaro pubblico che si potrebbe assai meglio investire chiudendo le buche. Dobbiamo assolutamente fare piazza pulita di tutta questa confusione».

Credeva di interpretare forse un senso comune maggioritario, il Ministro, ma si scontrava col muro di gomma della burocrazia tecnica locale, che così interpretava le norme di sicurezza, sovraccaricando invece di ostacoli la spontanea interazione tra persone, veicoli, spazio urbano, che sarebbe alla radice delle stesse teorie più avanzate di condivisione nelle regole, così come avviene ad esempio nei casi di interpretazione varia dello Shared Space sistematizzato dall'ingegnere Hans Monderman, anche se la teoria originaria è certo molto più radicale di un semplice «assenza di confusione» e barriere.

Uno spazio condiviso, citando un documento di sintesi linea guida ancora britannico del 2008, significa che «Diversi utenti della via esprimono la medesima priorità nell'uso dello spazio. Le varie funzioni e attività si mescolano anziché dividersi, aumentando la qualità dell'ambiente anziché frammentarla, e senza alcun bisogno ad esempio di escludere il traffico motorizzato, che sarà regolamentato da appositi interventi sulla forma urbana. Uno spazio condiviso può anche comprendere per alcuni obiettivi funzionali dei salti di livello, ma deve eliminare ogni elemento di confusione e barriera, enfatizzando invece la natura di segnaletica spontanea della medesima organizzazione spaziale, criterio che si applica ad esempio anche per la sicurezza dei non vendenti nelle aree prossime alla linea degli edifici più frequentate dai pedoni». (Civilised streets, London 2008).

E non possono non tornare in mente queste non troppo antiche considerazioni, davanti all'attuale scambio di vedute italiano tra le città e il Governo sulla regolamentazione dei nuovi «monopattini elettrici» e veicoli analoghi, in proprietà o condivisione, a cui vengono sperimentalmente in questi giorni aperti gli spazi di operatività commerciale ufficiale. E in cui si parla, quasi rigorosamente, di divieti, di spazi segregati, di corsie riservate, e di nuova incombente cartellonistica a quanto pare indispensabile a segnalare tutto quanto, che ci aspettiamo produrre (a totale discrezione di burocrati e casuali operai improvvisatori sul posto) una nuova selva di pali aggiunta alla fittissima già esistente, tra cordoli, corsie ciclabili a spezzoni da un nulla a un fondo cieco con salto di livello senza scivolo, a una barriera insormontabile … Insomma al Festival della Confusione, dentro cui vince solo il più furbo, anzi ci perdiamo un po' tutti.

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