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Martedì, 27 Febbraio 2024
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

L'alluvione dei messaggi semplificati sul territorio

Nel suo best seller mondiale di glorificazione benedetta della dispersione di villette, lo storico dell'architettura Robert Bruegmann qualche anno fa riassumeva così la reazione della maggior parte degli interessati a chi, in nome dell'ambiente, o addirittura della salvezza dell'umanità, stigmatizzava il loro stile di vita suburbano: «Macché, quello non è mica sprawl, quella è casa mia». Una risposta carica e pregnante di verità da molti punti di vista, e che sta tornando di grandissima attualità (e per l'ennesima volta è il caso di ricordare) oggi, quando qualunque giornale trabocca di titoli interviste pagine speciali dedicati all'ultimo evento climatico estremo, che ha devastato un enorme popolatissimo territorio nel bacino geografico e idrografico emiliano-romagnolo. L'alluvione mette a nudo tutti gli errori tecnici e sociali, recenti e meno recenti, che si sono accumulati nella gestione di una vasta area antropizzata, e puntualmente gli studiosi di varie discipline, connesse a quei settori e pratiche, stigmatizzano: colpa della «cementificazione». Qualcuno visto, che in fondo sta parlando al popolo e non a un convegno di esperti, decide di semplificare ulteriormente la faccenda costruendo una equazione terminologica: villette e capannoni = cementificazione = consumo di suolo. Sbagliato per eccesso di schematicità ma efficace. Così si pensa.

I nostri esperti, di solito in realtà forzosamente esperti solo di una fettina minuscola di tutto il problema, purtroppo un po' concentrati sul loro specifico pensatoio non hanno mai dedicato troppa attenzione al «percorso critico dell'opera d’arte». Ovvero al diffondersi nella società nella politica nella sensibilità collettiva delle riflessioni di studiosi e operatori, vuoi a mezzo stampa di informazione, vuoi indirettamente per pura emanazione graduale come accaduto a tanti concetti scientifici, che si sono perduti per strada troppo del proprio senso originario. Schematizzare sui danni delle trasformazioni territoriali improprie indotte dall'uomo, anche se naturalmente al nobile scopo di «sensibilizzare l’opinione pubblica su un argomento più complesso», finisce per produrre due compatti schieramenti: quello di chi in quei territori «cementificati» non ha alcun interesse o identità; e chi invece li abita e ci lavora, e delega democraticamente alla politica certe scelte. Sono questi soggetti, quelli che come i residenti dello sprawl di Bruegmann dicono: «quella non è cementificazione quella è casa mia». E il risultato finale dello scontro di opinioni è di indebolire, anziché rafforzare, qualunque tentativo di prevenzione di futuri eventi estremi.

Insomma è certamente vero che ci sono stati errori, a volte di lunghissimo periodo, per esempio nel fidarsi troppo delle soluzioni artificiali (canali fogne tombini condotti) a questioni tutte naturali come la gestione delle acque. Ma anche riassumerle nella «urbanizzazione» sbeffeggiata poi in «cementificazione» non serve a nulla salvo a suscitare reazioni di chiusura: sia da chi vivendoci sa benissimo che non è affatto così, sia da chi rappresentando i loro interessi deve in qualche misura accettarli e sottoscriverli. Se davvero vogliamo «voltare pagina coi territori» dobbiamo confrontarci con essi e con chi li vive e fa vivere, anche sul banale versante della comunicazione. Come si fa a dire NO CEMENTO a chi penserà subito che quel cemento è in fondo il suo pane quotidiano, e che appioppargli così all'ammasso ogni colpa sia una patente sciocchezza più che un'ingiustizia? Quello di chi forma certa opinione a colpi di involontarie fake news (quello sono, da un punto di vista tecnico, gli eccessi di semplificazione) agisce come una specie di assemblea nimby rionale, non risolve problemi ma al massimo li sposta altrove peggiorati. Fa evidenti danni a sé alle idee che in realtà vorrebbe sostenere. Diamoci un taglio: si può comunicare meglio.

Jack B. Hunter, Urbanizzazione, globale ma anche locale

Fabrizio Bottini, Wilmaaa, dammi lo sprawl!

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