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Lunedì, 2 Ottobre 2023
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

L'architettura di genere smette di essere architettura?

Su un sito specializzato di settore tempo fa ci si chiedeva forse per l'ennesima volta quale fosse il «Ruolo del femminismo nell'architettura contemporanea». Balzando subito felinamente però al vero nocciolo soggettivo del problema (succede sempre così con questo femminismo ansiosamente competitivo terzo millennio) ovvero all'attività professionale di studio e al metodo di incorporarci valori femminili, percezioni da donna della reattività al cambiamento climatico, senza per questo restare patriarcalmente confinate al progetto dei pensili da cucina. Si affermava che «si tratta di riflettere e metabolizzare la nostra condizione sociale e politica e ambientale ed economica attuale, inserita nel progetto. Partiamo dalla posizione in cui chiunque vale quanto altri, ma esprime risposte diverse ai medesimi bisogni di spazio. Non dal costruire ambiti autonomi separati per le donne ma favorire intersezioni tra gli utenti di spazio». Seguivano gli immancabili variegati Commenti delle lettrici/lettori (difficile capire dai nicknames): qualcuno di tono più alto generale diciamo filosofico sui riferimenti estetici dell'attività di progetto femminista, magari desunti da settori paralleli come l'arte o la moda, altri classicamente lagnosi sull'incombere spietato di un emarginante patriarcato da tecnigrafo, mentre pareva mancare del tutto qualche genere di consapevolezza del fatto di muoversi sempre dentro un ambito circoscritto, quello appunto dell'Architettura e del progetto, con equilibri ampiamente modificabili purché appunto circoscrivibili.

In altre parole se, poniamo, ci accorgeremmo subito quando un collettivo femminista di fabbrica da quell'ambito esce proprio concettualmente, parlando d'altro in modo legittimo ma senza alcun riferimento al punto di partenza che ne sostanzia la natura, qui pur parlando del progetto di trasformazione dello spazio «esterno a sé» non si intende affatto discutere di sé, considerare il sé. Neppure nelle intenzioni, figurarsi nella loro pratica tecnico-culturale che si esprime in disegni e altra comunicazione tipicamente professionale. Ricerca interiore forse? Pare di più confusione, e montata ad arte a scopi auto-promozionali più che di coscienza. E arriviamo così alla promozione dell'architettura per eccellenza rappresentata dalla Biennale di Venezia, che nell'edizione 2023 propone tra l'altro «Reconceptualizing Urban Housing by Women-led Firms» (virgolettato mio mettendo di seguito due cose che originariamente non lo sono). La crisi globale delle abitazioni nasce da un bisogno atavico che non ha trovato ancora alcuna adeguata risposta, e men che meno nelle solari prospettive della Mano Invisibile del Libero Mercato che promettono da secoli «Nazioni di proprietari» del proprio castello con fossato e ponte levatoio.

La corsa a costruire case spesso dimentica aspetti fondamentali come la comunità, l'identità, l'abitabilità. Tutto quanto insomma dovrebbe fare organicamente parte di qualunque Progetto Architettonico Femminista come delineato nelle varie esperienze teoriche pratiche o partecipate, non ultime quelle esposte in rassegna anni fa dalla studiosa militante Dolores Hayden. Resta però aperta la questione di partenza: anche senza porre necessariamente limiti (che pure ovviamente ci sarebbero non solo in teoria) all'idea di femminismo di specificità di genere e via dicendo, non pare il caso di metterne di chiari almeno a quella di Architettura? Anche le risposte concettuali e più pratiche di progetto troverebbero di sicuro migliore contestualizzazione, se non altro delineando qualche genere di definita committenza sociale, dotata di proprie soggettività che si incrociano con quelle delle progettiste e dei loro collettivi. In modo in fondo non diverso da quanto negli anni '20 del secolo scorso provava a fare la geniale proto-femminista Margarete Schütte-Lihotzky disegnando proprio gli «stipetti della cucina moderna» così stigmatizzati dalle femministe di oggi. Ma condizionando così tutto lo sviluppo del modernismo architettonico e urbanistico fino ai nostri giorni forse più delle visioni megalomani di tanti altri.

Dolores Hayden, Per una Città Non Sessista (1980)

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