Città conquistatrice

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L'ignoranza urbana paga?

foto Niccolò Bassani, Letchworth

Avevo appena finito di provare a spiegare (forse inutilmente) ad alcuni scatenati ambientalisti che mettere delle aiuole sopra la metropolitana non è affatto consumo di suolo anzi per certi versi un briciolo di suolo lo recupera pure. Perché quei terreni sono ormai consumati, artificializzati, urbanizzati, anche se la cosa non è così evidente essendo l'infrastruttura sotto terra di alcuni metri, ma mi pareva un atteggiamento davvero ostile al tentar di capire qualcosa, un po' fanatico e teso a coltivare l'ignoranza come se fosse igiene mentale. Avevo appena finito, appunto, quando ho incrociato un articolo del New York Times dalla tesi del tutto sostenibile: le città si stanno svuotando per colpa della pandemia, ma non dovreste scappare così dai centri urbani perché tutti gli esperimenti del genere sono miseramente falliti. Lo trovavo così interessante anche per il pubblico italiano, irretito dalle intemerate di qualche archistar interessata a progettare appartamenti più grandi, da tradurlo al volo, accorgendomi però con la lettura più attenta di quanto fosse «ignorante» quel modo di sostenere la propria pur condivisibile tesi. Forse ancor più ignorante di chi pretendeva di conservare il suolo e la natura nelle quattro palate di terra buttate sopra a ricoprire la galleria della metropolitana. E mi pare che questo coltivare certezze di non si sa bene cosa possa risultare controproducente.

Iniziava, l'articolo citato, a descrivere una San Francisco fino all'inverno scorso inaccessibile, oggi piena di cartelli Vendesi o Affittasi, mentre i prezzi diminuiscono a vista d'occhio. Ma le stesse persone che prima stavano in fila per aggiudicarsi a peso d'oro anche il più modesto monolocale, adesso la fila la fanno sull'autostrada per cercarsi una villa lontana anche centinaia di chilometri «immersa nel verde» da cui lavorare in remoto. Seguono, ci spiega l'autrice dell'articolo Annalee Newitz, il medesimo istinto per cui aveva lavorato all'inizio del secolo scorso Ebenezer Howard con la sua città giardino, di cui purtroppo comincia la descrizione in dettagli di probabile origine raccogliticcia giusto per l'occasione: titolo sbagliato del libro da cui nasce tutto, confondendo la prima con la seconda e ben diversa edizione, qualifica di «progettista» per il povero Howard che da riformatore sociale non ha mai tirato una riga in vita sua, e via di lacuna in autentico svarione fino a dire che no, quell'esperimento non ha funzionato. Per passare al più noto Frank Lloyd Wright e alla sua personalissima interpretazione della città giardino, che l'autrice stavolta sbagliando di brutto identifica nel progetto detto Usonia/United States of North America, senza neppure citare l'assai più famosa (anche se non realizzata) Broadacre. Per arrivare di nuovo al fallimento sociale e ambientale che ci consiglia, conclude Newitz, di tenerci strette le grandi città che sono posti assai migliori di qualunque villettopoli immersa nel verde, e facilmente migliorabili.

Forse non hanno grande bisogno di paladini così però, le città: paladini che per difenderle pur in buona fede raccontano cose confuse, parziali, a volte davvero infondate. I motivi per cui la dispersione suburbana è «fallita» socialmente e ambientalmente, non hanno quasi nulla a che vedere con eventuali difetti di progetto, visto che a differenza dei due casi malamente descritti ne esistono tanti altri molto più dettagliatamente considerati e studiati nell'insieme di tutte le variabili. Se la città è da sempre la culla del sapere, per difenderla cerchiamo prima di sapere qualcosa, di informarci, di farci una cultura, mettendo da parte per un momento certe ansie di ricongiungimento con la natural la giustizia la bellezza e tutto quanto. Ricordandoci di verificare se quello «urbanista» di cui stiamo raccontando vita e opere era un architetto individualista un po' alla Clint Eastwood come F.L.Wright, o magari uno stenografo di tribunale militante socialista come Howard. Insomma nulla a che vedere con chi si costruisce una idea di città organica e poi ci riflette sopra, ma solo persone che davano uno spunto su cui eventualmente lavorare. Ricordiamoci anche di verificare se lo spunto che abbiamo pescato su Wikipedia sia quello giusto, ovvero quello più valido su cui appoggiare le nostre riflessioni: altrimenti basterà una critica anche superficiale per mandarci a gambe per aria. Il dilettante allo sbaraglio che sconfigge i cattivoni grazie proprio alla imprevedibilità delle sue azioni è cosa da filmetto per adolescenti. Se vogliamo tutelare l'ambiente e la città proviamo ad essere «professionisti» almeno nelle intenzioni.

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Vedi (con tutte le premesse di cui sopra): Annalee Newitz, Want to Flee the City for Suburbia? The New York Times, 17 agosto 2020, Tradotto da Fabrizio Bottini - Non scappate come scemi dalla città nella villettopoli per la pandemia 

Città conquistatrice

" Quando su un motore di ricerca proviamo a inserire l'aggettivo ""urbano"" di solito spuntano il cognome di un cantante country marito di una famosa attrice, o una linea di abbigliamento. Anche quelle cose sono la dimostrazione che, in un modo o nell'altro, la nostra vita ormai si sviluppa dentro a qualcosa chiamato città. Proviamo a raccontarla "

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