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Domenica, 4 Dicembre 2022
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

L'incomprensibile tattica scacchistica delle piazze urbane

Quasi in contemporanea a Milano si taglia il nastro di due nuove piazze, più o meno nella medesima fascia periferica, ma mai trasformazioni urbane a poche centinaia di metri di distanza sono state così difformi, e presentate al pubblico in modo tanto diverso. Eppure entrambe si inseriscono dentro una vera e propria assai visibile e verificabile strategia cittadina degli spazi pubblici di relazione, organizzati in rete ad ampia scala, sparsi trai i quartieri, e tutti vere e proprie alternative al vecchio modello di città «moderna» dove con poche eccezioni si contrappongono un esterno fatto di flussi di mobilità, e tutte le relazioni sociali confinate entro spazi chiusi. Cito qui i nomi dei due interventi: Piazza Adriano Olivetti nel rinnovato quartiere di fianco allo Scalo Romana, nella trasformazione Symbiosis appena alle spalle della già nota Fondazione Prada; e Piazza Angilberto II nel popolare quartiere del Corvetto, snodo tra la più periferica area dei complessi popolari storici, e la zona mista verso il centro. Più che importanti in sé e per sé, queste due manifestazioni della strategia cittadina delle piazze, come possiamo chiamarla, sono esempi di due distinte tipologie.

La prima è quella inaugurata anni fa ufficialmente dalla iconica Piazza Aulenti, proseguita con la Tre Torri a City Life, il rifacimento di Piazza Liberty con negozio «flagship» di Apple, oggi Piazza Olivetti, e poi chissà quante altre. Si tratta di una specie di sbarco in città del modello centro commerciale, in cui un operatore privato permea totalmente di sé (o ci prova) anche lo spazio pubblico incluso per puro standard urbanistico nelle riqualificazioni di grande portata. A parte certi eccessi mediatici sulle «piazze donate alla città», come se fossero generosa elargizione e non atto dovuto, un fatto positivo e innovativo, che apre comunque e nuovi usi e prospettive lo spazio aperto dei quartieri, rispondendo a un bisogno latente. C'è poi la tipologia intermedia, che personalmente auspico in rapido esaurimento, di quelle che mi permetto di definire «piazze burocratiche», a cui appartengono i capolinea tranviari di Piazza Negrelli a Ronchetto sul Naviglio, e Rimembranze di Lambrate, più altri rifacimenti e manutenzioni straordinarie minori. Dove a volte ispirati da varie esigenze di sicurezza, igiene, efficienza, meno di accessibilità e sostenibilità ambientale, si è proceduto a ripristinare spazi pubblici in tono decisamente minore, progettualmente modesto, senza alcuna analisi dei bisogni, e soprattutto senza alcuno sguardo all'innovazione, con una discrezionalità low-profile che non appare del tutto giustificata nemmeno dall'urgenza di interventi low-cost. E arriviamo così ai progetti che sarebbero i più innovativi, e a cui appartiene la citata Piazza Angilberto II: la cosiddetta «urbanistica tattica».

Si definisce di norma Tactical Urbanism quella serie di iniziative pratiche vuoi spontanee, vuoi di iniziativa pubblica, vuoi di iniziativa privata in collaborazione pubblica, tese a prefigurare in forma temporanea uno spazio pubblico, per sperimentarne le potenzialità di uso e assetto più stabile eventualmente futuro, o comunque auspicabile. Come raccontavano alcuni anni fa nel loro noto compendio anche storico-critico sul tema Mike Lydon e Anthony Garcia (Island Press 2015) la «azione temporanea per una trasformazione duratura» altro non è che una pratica vecchia quanto la città, messa in atto di solito per motivi commerciali ma anche di conflitto sociale, il cui esempio più classico sono le strutture mobili del mercato. In tempi più recenti si sono aggiunte le giornate senza auto, o le feste di quartiere, le pedonalizzazioni totali o parziali cicliche in certe ore o giorni. La teoria architettonico-urbanistica mediatica aggiunge a tutto questo segni grafici e metodi di sistematizzazione (tempi, luoghi, attori) delle politiche specifiche.

Di cui però dovrebbe essere reso molto chiaro l'obiettivo generale, ovvero la strategia che sottende quelle tattiche: dove vogliamo andare a parare con quei gesti dimostrativi e a volte vistosi? Si occupa simbolicamente una piazza con dei segni-oggetti convenzionali, e la si mette a disposizione della società, perché sperimenti nuove interazioni, ma a che scopo? Che tipo di convivenza urbana vorremmo? A Milano, almeno leggendo tanti commenti della stampa e addirittura di qualche professionista addentro al settore, si sta parecchio confondendo il mezzo col fine, ovvero ex spazi piuttosto brutti e degradati che rinascono all'improvviso dipinti di cerchi colorati e cosparsi di panchine, dentro cui qualche anima pia singola o associata propone attività varie e spettacoli. A parte quelle mani di vernice sull'asfalto, dovrebbe apparire abbastanza chiara l'analogia di metodo con le domeniche a piedi «ecologiche», anche se nel caso specifico il fine sarebbe spazio-sociale: come usereste questo posto se fosse adibito stabilmente a piazza? E alla fine, dalla verifica sul campo, potrebbe nascere un'idea nuova, certamente non «burocratica». Ma resta il dubbio: l'hanno capito i milanesi, i giornali, e lo stesso Comune che presiede l'iniziativa? Ogni tanto viene il dubbio.
Su La Città Conquistatrice un antenato nobile della Urbanistica Tattica, «Plan Safe For Children’s Play» della città di New York, 1909

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