Venerdì, 26 Febbraio 2021
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

L'ingegnere nimby a pedali

Foto di Fabrizio Bottini

Gli scienziati della politica spesso si azzuffano tra di loro sul territorio della libertà, ovvero su come debba definirsi in teoria e pratica quel modo di dire e pensare che suona più o meno: «fin qui è campo mio, da lì in poi è tuo/vostro». Nel territorio urbano avviene qualcosa del genere, ma purtroppo senza il distacco del dibattito scientifico, né la consapevolezza di possedere al massimo giusto un pezzettino di verità: pare che tutti siano invece convinti di possederla tutta, cristallina e indiscutibile. L'ultima puntata di questa triste telenovela senza buoni né cattivi (solo bande rivali di masochisti, si direbbe), è il neodialettico scontro hegeliano tra automobilisti e ciclisti, entrambi aspiranti all'autogestione della carreggiata. Ma invece di rimanere al livello dei massimi sistemi forse è meglio passare rapidamente all'esempio pratico di turno.

C'è una strada urbana periferica ma non troppo, mal ritagliata tra una vasta area militare oggi dismessa e in attesa di trasformazione, e un quartiere cresciuto piuttosto disordinatamente sull'altro lato. Come sempre accade in queste vere e proprie terre di nessuno della non-urbanistica, per giunta stratificate su decenni di non-decisioni, a fare da padrone diventa molto semplicemente il più forte: manco a dirlo, l'auto privata. La strada, molto larga, si può dire spropositatamente larga, diventa per quel lunghissimo tratto una specie di terra di nessuno, divisa in «due corsie» che sono in realtà quattro, e le auto che sfrecciano superandosi in entrambe le direzioni, con l'eccezione di due esigue striscioline di marciapiede, una solitaria tra le erbacce lungo la recinzione dell'area militare, una lungo gli affacci degli edifici ed esercizi commerciali dove le auto parcheggiano in singola e spesso doppia fila.

Ma arriviamo agli anni più recenti e alla crescita della mobilità dolce e ciclabile, con la decisione di realizzare accanto ai marciapiedi due piste ciclabili, una per senso di marcia: decisione contestatissima da chi era abituato a spadroneggiare ovunque. Senza alcuna intenzione di smettere, perché infatti quella pista è continuamente occupata da auto in sosta, da gente che è pronta a infuriarsi se soltanto un ciclista li guarda con aria di disapprovazione, e che quando accosta per fermarsi suona il clacson come a dire: «che ci fai lì imbecille con la bici, guarda che è arrivato il proprietario legittimo di quel posto». La reazione dei ciclisti, o meglio della loro parte organizzata (quella che di solito viene scambiata dagli assessori come rappresentativa, anche se in realtà non è eletta da nessuno) è classica: bisogna mettere in campo ogni mezzo tecnico per evitare che avvengano queste prepotenti invasioni: se non c'è un cordolo di separazione dalla strada metterlo, se necessario mettere altre barriere, chiamare a la vigilanza urbana a maggiori controlli e repressione. In pratica è una sorta di marcatura del territorio. C'è anche chi interviene nella discussione con progetti quasi tecnici più dettagliati per «recintare il proprio cortile».

Comprensibile, quasi scontata, una reazione del genere alle prepotenze di chi non accetta di perdere un monopolio di anni sull'uso di quella carreggiata. Ma vista la questione da un'altra prospettiva, ha senso (specie per una pubblica amministrazione, lasciamo perdere qui i risentimenti personali) pensare a questa specie di scontro tra bene e male, a questa rivendicazione di diritti di accesso tanto schematica? Forse in linea di principio, di sicuro no, se invece da un lato si intende promuovere una regolata convivenza dei due mezzi di trasporto, dall'altro ancora più radicalmente si vuol modificare l'idea stessa di mobilità e città contemporanea. Quel ruolo soverchiante dell'auto privata in proprietà trascinata appresso come status symbol e immancabile guscio di lumaca, sta tramontando alla velocità dei dinosauri quando cascò quel meteorite milioni di anni fa. Oggi un meteorite certamente più piccolino ma altrettanto insidioso è l'innovazione tecnologica delle comunicazioni, unita alle radicali trasformazioni indotte nella mobilità, nel lavoro, nella fruizione dei servivi. E buona ultima (ma non in ordine di importanza) dell'organizzazione urbana: che si merita qualcosa di molto meglio che non sostituire alle autostrade per le macchine delle altre autostrade per le biciclette, manco fossimo tutti dei Fantozzi eternamente recitanti le loro catastrofi esistenziali.

Su La Città Conquistatrice, naturalmente, abbondanza di articoli e riferimenti sulle Piste ciclabili (e il tessuto urbano-umano in cui dovrebbero calarsi) 

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