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Sabato, 10 Dicembre 2022
Città conquistatrice

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

L'Uomo, il Modulor, il ragionier Fantozzi e lo Hipster

Mi è capitato recentemente di leggere in un rapporto della Brookings Institution a proposito di un concetto che, colpevolmente, ignoravo: il cosiddetto «terzo luogo» teorizzato sin dagli anni '80 dal sociologo americano Ray Oldenburg, sviluppato nel libro (riedito più volte anche recentemente) The Great Good Place. Dove si descrivono quegli spazi pubblici collettivi in cui ci si può incontrare, diversi dall'abitazione e dal posto di lavoro (che sono il primo e secondo luogo) semplicemente per il pacere e la necessità di farlo, conversare, relazionarsi. Stanno alla base stessa della vitalità urbana, e si possono esprimere in declinazioni pressoché infinite, dai caffè alle librerie o biblioteche, a particolari esercizi commerciali in qualche modo socializzanti, e discendenti da una lunghissima tradizione di ambienti analoghi. Secondo molti osservatori sono proprio le argomentazioni sui Terzi Luoghi ad aver ispirato tanta cultura della progettazione e costruzione di quartieri a funzioni miste ricchi di locali e altri spazi dotati di queste caratteristiche, quelli che si chiamano New Urbanism e che vengono sbrigativamente presentati come rivolti alla nuova generazione dei Millennials.

Ma ancora oggi pare necessario e urgente per tantissimi motivi, dalla sicurezza urbana alla salute allo stesso sviluppo locale, alla convivenza armonica tra diverse fasce di cittadini, ribadire l'importanza dei terzi luoghi. Ricordava nel 2014 in un breve editoriale sul New York Times lo stesso professor Oldenburg, quanto la mortalità degli anziani per il crescente fenomeno delle ondate di calore estive dipendesse anche dalla scarsa diffusione di queste camere di compensazione tra le attività umane più istituzionalizzate della residenza e del lavoro, derivante anche dalla suburbanizzazione che notoriamente segrega: qui in esclusiva le case unifamiliari, là a debita e notevole distanza tutto il resto, a sua volta frazionato per segmenti di commercio, scuola, istituzioni, servizi … solo tecnicamente collegati ma rigidamente separati nello spazio. E auspicava, il sociologo, l'emergere di un vero e proprio movimento rivendicativo di questi terzi spazi, che specie nelle zone a reddito medio basso potrebbero fare la differenza per quartieri morti, pericolosi, così simili alle inner cities del dopoguerra da cui sono sempre fuggiti i bianchi con qualche speranza di ascesa sociale.

La vera questione qui, però, parrebbe di prospettiva: perché esiste tutto questo bisogno di studi sociologici, corredati di tabelle e grafici per sostenersi scientificamente, ad auspicare ciò che da un certo punto di vista parrebbe banale e scontato, visto che esiste da sempre, praticamente da quando l'umanità è uscita dalle caverne? Ce lo spiegano gli stessi che auspicano una maggiore diffusione dei terzi luoghi, ricordandoci che la triade comportamentale funzionale classica Abitare-Lavorare-Consumare, su cui si sono costruiti tutti i quadri sinottici di simulazione urbana per lunghe generazioni di strategie e politiche, pubbliche e private, non riassume affatto la vita, le aspettative, i bisogni reali di nessuno. Al massimo è solo una simulazione di laboratorio per programmare qualcosa, come il Modulor di le Corbusier per conformare gli alloggi, i trasporti, e poco più: la vita reale è ben altro che correre avanti e indietro da un letto a una scrivania o a una macchina industriale. La vita dovrebbe svolgersi in una sorta di «terzo luogo globale» dentro cui la prima e seconda funzione costituiscono indispensabili pause. Ma anche qui c'è sempre in agguato anche la lettura ideologica pronta a ribaltare la frittata a favore di chi vorrebbe decidere al nostro posto, relegandoci al ruolo di comode marionette per tirare i fili. Sono i promotori della funzione mista che trasforma di fatto anche lo spazio pubblico in un prolungamento della fabbrica, il parco del campo agricolo dove si suda per produrre, la birreria in un ufficio dove si fanno riunioni tutto il tempo, magari «informalmente» vestiti da hipster, tanto per indossare la «tuta da lavoro del terzo millennio».

Una scheda sulla ricerca sociologica di Ray Oldenburg e i terzi spazi al sito Project for Public Spaces 

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