Mercoledì, 28 Luglio 2021
Città conquistatrice

Opinioni

Città conquistatrice

A cura di Fabrizio Bottini

La caduta delle mura novecentesche

Foto di Fabrizio Bottini

In fondo la cultura conservazionista coglie magnificamente almeno un sintomo della crisi ambientale, ed è soprattutto una assenza di prospettiva storica nel considerarla. Gli stessi paesologi o paesomani, nel loro approccio piuttosto squilibrato su alcuni aspetti nostalgici, più che sulle conoscenze e proiezioni socioeconomiche o territoriali (salvo poi sostenere le proprie ipotesi su considerazioni economiche, pur parziali) recuperano alla contemporaneità l'antica cultura dei centri storici e dell'insediamento tradizionale, che ben prima del conservazionismo sostanzialmente estetico novecentesco ragionava sulla base dell'assunto: abbiamo investito molto qui, ed è meglio continuare. Un'idea di investimento ovviamente sociale e spalmata su tempi assai lunghi, quel tipo di tempi che la macchina produttiva e poi consumistica dell'era industriale rifiuta con tutto il proprio essere: il suoi ritmi sono altri, e la sua idea di investimento pure.

Non a caso l'insediamento tradizionale non conosce il concetto di dismissione, pur essendogli più che familiare quella apparentemente analogo di crisi anche gravissima, da crollo verticale delle strutture fisiche, sociali, ambientali, come nei casi di siccità, epidemie, guerre. Unico caso di vera dismissione, l'abbandono dei centri di cui si occupa non a caso la paesologia, altro non è che un portato dei ritmi industriali adottati da altri territori, remoti ma che proiettano sin qui i loro effetti. Oggi, nell'era che ama definirsi post industriale, assistiamo invece nelle regioni metropolitane a un processo che si può semplicemente definire come post-dismissione, e che ha come lato visibile e decantato in assoluto la selva di gru brulicanti nelle aree centrali, i nuovi quartieri di moda, eventi, residenza-lavoro qualificata, i verdi verticali, le colture high-tech urbane per i ristoranti di tendenza «sostenibili», la mobilità dolce e condivisa, il mondo delle startup. Tutta questa decantata riqualificazione fisica e rigenerazione socioeconomica, rappresenta uno stadio di post-dismissione in due sensi: il primo più ovvio e banale, perché si tratta spesso letteralmente del «rimbalzo» di ex quartieri industriali o operaio-industriali, rinati a nuova vita e sostenuti dall'impasto tra nuova finanza e vecchio mattone; il secondo molto più nascosto, spesso assolutamente negato, ma indissolubile, che si sostanzia nell'impoverimento, diradamento economico, a volte crollo, dei sistemi suburbani cresciuti nella seconda metà del '900.

Questa è una vera e propria, dismissione old fashion, salvo che invece delle fabbriche e/o dei quartieri popolari operai, a svuotarsi sono distretti di funzioni segregate a bassa densità, villette, parchi a uffici, strisce commerciali. Il primo segnale, rilevato ormai da diversi anni, è stato quello dell'impoverimento complessivo, da molti a volte giudicato addirittura tendenza «positiva» perché avrebbe significato una mescolanza di fasce di reddito là dove prima risiedevano solo i più fortunati. Ma l'impoverimento a ben guardare significava proprio abbandono di immobili, disinvestimento nelle infrastrutture locali, sostituzione etnica, invecchiamento della popolazione da mancato ricambio generazionale, sostituzione delle tradizionali attività economiche qualificate con altre di rango inferiore ed esistenza assai più precaria: negli uffici, nelle fabbriche, nei templi del consumo e intrattenimento. È nata così quella curiosa versione postmoderna della paesologia detta suburban-retrofitting, che manca però di qualunque spessore storico o socioeconomico, per quanto discutibile, limitandosi a poco più di un ammodernamento architettonico e densificazione urbanistica, senza alcuna idea sulle ipotetiche attività degli abitanti, forse nella convinzione surreale che per fare «effetto città» basti qualche fabbricato più alto, una via con degli affacci commerciali e dei marciapiedi, invece di un guard rail coi distributori di benzina e gli strip club. Sta crollando un mondo, e nessuno ci avverte, per non disturbare qualche manovratore.

Su La Città Conquistatrice, l'epopea e il presente della Suburbanizzazione 

Vedi anche: Adam Walsh, Tokyo housing: City life draws youth, leaving seniors in depopulated suburbs, CBC, 6 maggio 2017

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